ASCOLTI / WILD DOG


di Susanna / Rune Grammofon, 2012


Tra mogli devote e cani selvaggi

di Livio Santoro

 

A seguito di tre dischi in duo con il pianista Morten Qvenild nella formazione programmaticamente onirica Susanna and the Magical Orchestra (2004; 2006; 2009), due album da solista per il mercato internazionale (2007, 2008) e uno pensato preferibilmente per il mercato norvegese (2011), dopo una collaborazione nel 2011 sotto l’ala accogliente dell’etichetta tedesca Ecm al fianco dell’arpista svizzera Giovanna Pessi e un sette pollici al fianco dell’onnivoro Will Oldham alias Bonnie “Prince” Billy (2009) – con il quale, tra l’altro, l’artista aveva già ottimamente duettato nel suo Flower of Evil (2008) – la norvegese Susanna Karolina Wallumrød, sulla copertina dei dischi soltanto Susanna, con il suo ultimo Wild Dog si fa ascoltare nuovamente. Il solito garbo, la solita eleganza, le abituali note sfiorate nell’atmosfera accogliente di un camino in inverno.

Si immagini allora un indistinto personaggio femminile alle prese con le note di Wild Dog. Interno notte: lei indossa un accappatoio appena lavato ed emana il profumo di cocco o di vaniglia del suo bagno schiuma; passeggia per casa a piedi nudi accarezzando il parquet con i polpastrelli; scosta di poco la tenda per vedere se fuori la neve cade ancora giù fitta; accarezza il gatto che la segue lisciandosi il pelo sulla sua pelle che cammina. Magari ha in mano un bicchiere di vino rosso francese stappato la sera prima quando lui le era ancora accanto seduto sul divano, abbracciando il silenzio dei momenti incantevoli del quotidiano e guardando le fiamme consumare tra i mattoni rossi del camino il ciocco grande di un vecchio frassino. Insomma, il nostro personaggio, probabilmente con i capelli lunghi raccolti ad asciugarsi in un telo morbido come l’accappatoio, o anche con le unghie smaltate di rosa pastello, si muove in un quadro delicato, familiare e confortevole: un po’ di discreta delicatezza fa da sfondo e, tra una cosa e l’altra, s’intravedono quegli angoli minimi di una malinconia che addolcisce i ricordi belli (come quando nella polvere della soffitta si ritrova una vecchia fotografia seppiata che ritrae la famiglia intera seduta al tavolo della festa), e si percepisce la calma sfiorata della gentilezza del presente a bilanciare il vuoto di quell’incertezza buona che, senza clamore, il passato proietta sul futuro.

Questo quadro verrebbe fuori, per esempio, stando all’interpretazione di uno svogliato pubblicitario, uno di quelli intenzionati a descrivere qualsiasi voce femminile al di là delle Alpi (per noi italiani, s’intenda) recuperando i temi classici e sempre attuali della femminilità accogliente, dell’ospitalità offerta da un canto che scivola sottile per accompagnarti in una serie di morbide emozioni delicate. È vero, anche nella musica talvolta ci si lascia andare alla facilità con cui l’identificazione di genere indirizza il giudizio o la descrizione. Se poi, come in Wild Dog, c’è una voce dolce che ti sussurra nelle orecchie note accorte e circospette, probabilmente è difficile far altro.

Certo, la dimensione che abbiamo appena descritto non è assente dalle ultime composizioni di Susanna, tutt’altro. Così come non è assente nei lavori di alcune sue omologhe artiste contemporanee che si affacciano sul suo stesso mercato. Su tutti i possibili esempi che si potrebbero fare da oggi a domani, si prenda l’islandese Emiliana Torrini e la si ascolti cantare in Fisherman’s Woman la dolce solitudine di una donna che attende con devozione il suo marinaio, pensandolo lontano e con le nocche spaccate dal freddo e dal sale (2005).

Ma, fortunatamente, Wild dog di Susanna nasconde nella sua delicatezza gioielli forse più preziosi della grazia. Anche se, va detto, tali gioielli vanno ricercati con dovizia e con l’orecchio attento a dare un peso qualitativo ad elementi quantitativamente minoritari. Si prendano per esempio le chitarre nel sottofondo conclusivo dell’opening-track Imagine, oppure l’incerto incedere di Rolling On Rolling Stone, con le sue oscillazioni e i suoi accennati tappeti onirici. O ancora il precipitare verso il basso delle tonalità di Starving Soul che lasciano prima posto al canto celestiale salvo poi riaccomodarsi su un’accennata dissonanza in filigrana. Oppure ancora i graffi che campeggiano sulle pareti di Her Eyes o, meglio di tutto, la profonda ma garbata angoscia che sembra trasparire nella semi title-track Wild Horse Wild Dog. Un’angoscia che erompe in una specie di pianto a mezza bocca che non sa farsi sostanza, un’angoscia, a brevi tratti, lievemente memore dell’umore dei Settanta. Ma un’angoscia che non si offre al senso magro di una vita marginale, come invece si è soliti sentire.

Come se un pizzico di sofferenza possa rendere celestiale, con la voce, il motivo dell’esistere. Non a caso proprio in Wild Horse Wild Dog, l’ascoltatore avvezzo a una tradizione già costitutiva della musica scandinava, potrà forse riconoscere la stessa eco boreale che muoveva le labbra di Ann-Mari Edvardsen, ex voce della band di Trondheim The 3rd and the Mortal, nelle inquietanti ed eclettiche note di In This Room (1997) e nei suoi arrangiamenti complessi eppure misurati, sorprendentemente (a voler considerare la produzione precedente del gruppo norvegese) votati ad un adattamento al jazz.

D’altronde Susanna sembra a sua volta fortemente ancorata al contesto dal quale proviene, probabilmente anche perché richiamare alle radici culturali del Nord e alla sua specificità nella produzione musicale è uno dei principali obiettivi dell’etichetta che incide i suoi dischi, la Rune Grammofon (quella dei Motorpsycho e dei Supersilent, per intenderci).

Susanna è una figlia della Norvegia. E la Rune Grammofon è un’istitutrice attenta e garbata, che lascia liberi i suoi pargoli di affondare a piene mani nelle tradizioni del Nord, recenti o meno, per poi riformularle a piacimento.

La Rune (forse parodico richiamo alla maggiormente rinomata Deutsche Grammophon?) è infatti una label norvegese che accoglie nel suo seno musicisti provenienti tendenzialmente dall’interno dei suoi confini nazionali (tanto che nella home page del suo sito internet, in quella che di fatto è la presentazione della Rune al mondo, si legge, senza possibilità di cadere in errore: “Rune Grammofon is a record label dedicated to releasing work by the most adventurous and creative Norwegian artists and composers”). Che siano mogli devote o cani selvaggi non importa. A quelle latitudini la musica è un imperativo, e va mescolata con tutto il resto, con tutto quello che proviene dall’atmosfera circostante. Per questo al jazz d’avanguardia (al proposito si facciano girare gli album dei Supersilent) si può accostare il dolce e lievemente angosciato songwriting di Susanna, magari conservando anche sullo sfondo tracce di quel metal tanto bistrattato che negli anni Novanta ha conquistato il mondo con la ferocia e la rapidità degli avi vichinghi (per esempio si ascoltino i Bushman’s Revenge), o strizzando l’occhio ai groove dei pesanti chitarroni dei Settanta (come, per fare un nome, fanno gli Elephant9, che piazzano anche un hammond con i fiocchi).

In tale contesto Susanna fa la figura della donna dolce e delicata, è vero. Ma in filigrana nasconde quella sorta d’irrimediabile senso della solitudine, di una selvatichezza lievemente e bonariamente angosciosa. Quel senso, in fin dei conti, che spesso ti apre la bocca e che t’insegna a cantare.

 


 

ASCOLTI

Giovanna Pessi e Susanna Wallumrød, If Grief Could Wait, ECM, 2001.

Susanna and the Magical Orchestra, List of lights and Buoys, Rune Grammofon, 2004.

Susanna and the Magical Orchestra, Melody Mountain, Rune Grammofon, 2006.

Susanna and the Magical Orchestra, 3, Rune Grammofon, 2009.

Susanna, Sonata Mix Dwarf Cosmos, Rune Grammofon, 2007.

Susanna, Flower of Evil, Rune Grammofon, 2008.

Susanna, Jeg vil hjem til menneskene, Grappa, 2011.

Susanna e Bonnie “Prine” Billy, «Forever and Ever»/«In Spite of Ourselves», Not On Label, 2009.

The 3rd and the Mortal, In This Room, Voices of Wonder, 1997.

Torrini Emiliana, Fisherman’s Woman, Rough Trade Records, 2005.