VISIONI / COEXISTENCE
di Valerio Rocco Orlando / Salerno / Galleria Tiziana Di Caro
Forme e figure
di antropologia estetica
di Antonello Tolve
Dal video alla fotografia,
dall'installazione ambientale alla decostruzione e ricostruzione di
linguaggio, il sillabario creativo proposto da Valerio Rocco Orlando
(Milano, 1978) si pone come un elogio continuo della
diversità, dell'incontro e dell'intreccio di storie, del
dialogo – attento e preciso – e della condivisione,
della complicità tra figure, della compartecipazione e della
compenetrazione. All'impostazione classica dell'inquadratura
cinematografica, l'artista contrappone uno schema eteroromantico
che non solo fa i conti con un romanticismo di base –
romanticismo che permea buona parte della sua produzione e che si fa
cifra pungente del suo stile – ma sviluppa anche un modulo
visivo obliquo, secante nei confronti del mondo e tangente
nei riguardi dei personaggi che entrano a far parte del suo spazio
estetico. Puntuali e precise, le impalcature visive formulate da Rocco
Orlando trasformano la riflessione in creazione per proporre immagini,
ambienti, interrogazioni sulla diversità culturale,
sull'altro, sulla coesistenza. Coexistence
è, difatti, il titolo della sua ultima personale negli spazi
della Galleria Tiziana Di Caro; un titolo che fa da viatico ad un
progetto con cui l'arte ritorna alle qualità sensibili della
vita, ad un contrappunto visivo leggero, trasparente, pungente,
morbido, pulito, semplice.

Coexistence, 2010, vedute della mostra / Galleria Tiziana Di Caro, Salerno
Vorrei chiederti, per aprire questo nostro dialogo, quale e quanta importanza ha il relazionale – la relazione interpersonale – all'interno del tuo lavoro.
Le dinamiche relazionali costituiscono l’oggetto della mia ricerca, il mezzo e il fine. La struttura di ogni ciclo di lavori, che si tratti di installazioni fotografiche, video o film, si basa su linee narrative multiple, che si intrecciano l’una con l’altra. Attraverso questa modalità, rompendo le regole di montaggio tradizionale e riconquistando le dimensioni spazio-temporali che attraversano l’esperienza percettiva dello spettatore, è mia intenzione rappresentare e riflettere sulle dinamiche relazionali che costituiscono la nostra società.
La tua carica estetica nasce da una forte matrice teatrale e cinematografica. Nel 2000 ti sei diplomato in Regia teatrale (Scuola Civica d’Arte Drammatica, Milano), poi, nel 2001 ti sei laureato in Drammaturgia presso l'Università Cattolica (Milano). Nel 2003 hai conseguito un master in Regia Cinematografica (Queen Mary College, Londra). Ecco, cosa resta di questa formazione cinematografico-teatrale nel tuo lavoro?
Il teatro e il cinema intessono di continuo la mia pratica, sia per quanto riguarda la ricerca, la metodologia, sia per le dinamiche produttive e installative. Nello specifico, il mezzo cinematografico è il più coerente ed efficace nel rendere quelle trasformazioni, corrispondenze e stratificazioni che è mio interesse scandagliare attraverso l’analisi delle relazioni interpersonali. Dopo un lungo lavoro di documentazione, editing e selezione, minuzioso e istintivo allo stesso tempo, la fase dell’installazione riveste un ruolo altrettanto importante nel processo di creazione di un progetto, tanto che anche la fotografia viene sempre inserita all’interno di strutture articolate, che risentono sicuramente dei miei studi sul teatro contemporaneo e sulle nuove forme di drammaturgia.
Coexistence, 2010, luce al neon
The Sentimental Glance (2007), The Night In My Eyes (2007), o il recente Lover's Discourse del 2010. Molti dei tuoi progetti sono intrisi di un prefisso romantico attraverso il quale elabori riflessioni che trasformano in forme e formule artistiche la vita quotidiana…
I titoli dei diversi progetti che si sono susseguiti in questi anni sono certamente influenzati dagli studi sul Romanticismo, e in particolare sul rapporto tra l’artista, l’opera d’arte e la relazione che s’instaura tra quest’ultima e il suo fruitore. I romantici, infatti, pur avendo ereditato la profonda eredità del neoclassicismo e la sua avversione per l’arte frivola o puramente decorativa, cercarono di esprimere ideali che potevano essere percepiti direttamente nell’interiorità dell’individuo, oltrepassando i limiti del discorso logico. Il punto di partenza, pur nelle diverse correnti ed esperienze, era sempre il medesimo: lo sguardo personale dell’artista e la sua esperienza quotidiana. Per binari paralleli, secondo modalità e mezzi vicini all’epoca che viviamo, procedo nel mio percorso, al punto da poterlo definire neoromantico.
Della vita quotidiana, tuttavia, di quella vita quotidiana come rappresentazione (Ernst Goffmann) e spettacolo, eviti l'apparenza o la vetrina, per puntare l'indice riflessivo sull'essenza e sulla profondità. Evidenzi questo particolare atteggiamento in molti progetti…
È palese e dichiarato sin dal principio lo sguardo sentimentale che sottende la mia ricerca. Si tratta di uno sguardo intimo, legato al vissuto personale, e che non sarebbe tale se non diventasse uno sguardo relazionale, capace di riflettere sulla sua essenza attraverso la relazione con l’altro. In questo senso non mi interessa parlare semplicemente del privato, bensì dell’universale. Il mio racconto è intriso di politica, pur non definendosi politico nel senso canonico del termine, è scandito da un impegno civile che vive nella quotidianità della nostra esistenza, un impegno apparentemente leggero, in ogni modo essenziale per intessere una riflessione reale su quello che pensiamo. Il progetto che sto sviluppando in questi mesi a Roma, per esempio, Quale educazione per Marte?, nato in collaborazione con l’associazione no-profit Esterno22 e Nomas Foundation, si propone di indagare le relazioni all’interno della scuola italiana, a partire dalla convinzione per cui è necessario riflettere sulle dinamiche relazionali che costituiscono questa istituzione. Le storie raccolte attraverso una serie di laboratori con gli studenti di alcuni licei romani, per quanto personali e particolari, andranno a delineare un possibile dialogo a più voci in cui tutti possano riflettere la propria esperienza rispetto all’apprendimento e alla trasmissione di conoscenza.

Fiction, 2010, fotografia B/N 70 x 100 cm, ed. 1/8 + 1 A.P. / Gustaf, Yasmin, 2010, fotografia a colori, C-Print ,30 x 20 cm (ognuno), ed. 5 + 1 A.P.
Nello statement che è possibile leggere sul tuo sito, hai detto che la tua “ricerca nasce dalla profonda comprensione che la nostra identità in continuo cambiamento vive all’interno di strati di memorie e cresce attraverso la condivisione di relazioni e sentimenti”. I brani dell'identità sono, così, nodo e grumo del tuo lavoro. Quanto incidono i concetti di volatilità e di metamorfosi nell'elaborazione dei tuoi progetti?
Mi ha sempre affascinato la mobilità della nostra identità e la sua capacità di definirsi, quotidianamente, all’interno delle relazioni con gli altri. Secondo Rudolf Kassner, il filosofo austriaco che negli anni Venti mette in discussione la fisiognomica classica, “ogni carattere, volto, essere è metamorfosi”. La nostra stessa identità è metamorfosi, in quanto polarità e in-differenza di tratti fissi e tratti mobili, fisionomia e mimica, statica e dinamica. Dal momento che l’uomo non può essere come appare, semplicemente perché non si limita a essere, ma continuamente diventa, cambia, si trasforma, il suo volto non è più spazio, ma tempo. Il volto è storia, o meglio, racconta le sue storie; non dice il carattere, ma le sue trasformazioni, che sono appunto le sue storie. Nelle mie installazioni emergono proprio queste trasformazioni, in una reciprocità di sguardi in cui si genera il senso del volto, all’interno di una relazione di perfetta co-risonanza vissuta tra ciò che oggettivamente appare e lo sguardo soggettivo.
A questi concetti, centrali nella tua poetica, pensi sia possibile aggiungere anche divenire? Divenire dell'arte, delle cose, della riflessione, della vita, dei rapporti interpersonali?
Quando mi definisco filmmaker, oltre che artista visivo, lego la mia poetica alla possibilità di non lavorare con un singolo momento, come avviene solitamente nella pratica di un pittore o di un fotografo. Che tu ne sia conscio oppure no, se lavori come filmmaker devi inevitabilmente relazionarti a tutto quanto sta intorno al soggetto che racconti, al divenire che sta intorno, alla dimensione temporale che modifica e mette in relazione il soggetto con ciò che lo circonda. In generale è mio interesse mettere a fuoco ciò che è transitorio, viaggiare attraverso il qui e ora, piuttosto che produrre una conclusione. Secondo Giorgio Agamben, “contemporaneo è colui che riceve in pieno viso il fascio di tenebra che proviene dal suo tempo... Ciò significa che il contemporaneo non è soltanto colui che, percependo il buio del presente, ne afferra l'inesitabile luce; è anche colui che, dividendo e interpolando il tempo, è in grado di trasformarlo e di metterlo in relazione con gli altri tempi, di leggerne in modo inedito la storia”.
11th, 2010, fotografia a colori, C-Print, 40 x 50 cm, ed. 5 + 1 A.P. |
Nitide,
pulite, cristalline. Le figure che popolano i tuoi lavori fanno parte
di un tuo personalissimo rapporto diretto con persone, passanti o
conoscenti. Come scegli i soggetti dei tuoi video?
È sicuramente necessaria una forte empatia, che permetta uno scambio sincero, la possibilità di condividere un’esperienza reale. In qualche modo, che si tratti di una giovane donna, di due gemellini di cinque anni, di un grande musicista o di una coppia di innamorati, è fondamentale ci si possa guardare negli occhi, riflettersi l’un l’altro, per confrontarsi e riconoscersi. Solo in questo modo, attivando un vero confronto, penso sia possibile poi anche per lo spettatore cogliere l’autenticità del racconto e la carica emotiva dell’esperienza vissuta. Nel caso dell’ultimo lavoro, Lover’s Discourse, ho semplicemente deciso di affiggere nelle bacheche in giro per il quartiere di Brooklyn, dove vivevo lo scorso anno, una serie di annunci e volantini, proprio allo scopo di trovare i protagonisti del nuovo video. È stato così possibile entrare in relazione con persone che prima non conoscevo e che solo grazie all’interesse e all’intimità creatasi attorno alla riflessione sull’esperienza amorosa hanno potuto prendere parte, a tutti gli effetti, e in modo così denso, al progetto.
Lo spettatore vive un effetto di interscambio con l'opera? Nel senso che guarda ed è guardato, che passa continuamente da uno stato passivo ad uno attivo. Vive un gioco di riconoscimento rispetto alle immagini che guarda?
La relazione con lo spettatore è uno dei punti in assoluto più importanti del mio lavoro e si lega inevitabilmente alla riflessione sullo spazio e sul tempo. La possibilità per lo spettatore di sintonizzarsi con ciò che guarda e ascolta, secondo le proprie modalità percettive, fa sì che ci si possa connettere e sconnettere di continuo attraverso l’inconscio, come quando ci troviamo davanti a uno schermo in cui, in modo alternato, il suono o l’immagine possono disattivarsi. L’occasione per testare, in modo approfondito, la qualità della percezione da parte del pubblico è stata senza dubbio la mia prima personale in una galleria privata, nel 2007 da Maze a Torino. In quel caso il dialogo con il curatore, Caroline Corbetta, s’incentrava proprio sulle possibilità di sviluppare nello spazio espositivo l’intero corpus di lavori prodotti nell’arco di cinque anni. È nata così l’installazione a sette canali The Sentimental Glance, una raccolta di ritratti di giovani donne che ho conosciuto in diversi periodi della mia vita e che per la prima volta sono stati mostrati tutti assieme nello stesso spazio. In quel caso il lavoro per direzionare l’audio di ogni singolo canale e installare le diverse proiezioni non poteva non fare i conti con la percezione dello spettatore. Abbiamo creato così un labirinto di sguardi, come in un gioco di specchi all’interno del quale il pubblico può rispecchiarsi, a seconda delle diverse storie ed esperienze raccontate, creando così col proprio sguardo una sorta di montaggio personale, legato al vissuto biografico di ognuno.
Celeste, del 2002, è il primo dei cinque videoritratti femminili che hai realizzato tra il 2002, appunto, e il 2006. Ti andrebbe di raccontare questa esperienza?
Celeste è un lavoro nato dall’esigenza di raccontare una parte di sé attraverso il volto altrui. In questo senso tutte le mie opere vanno a comporre una sorta di diario autobiografico, nel quale cerco di descrivere la mia visione, attraverso la condivisione di un’esperienza con l’altro. Nello specifico questo video illustra il desiderio di rimanere in una dimensione legata all’infanzia, in un mondo protetto, di fantasia, lontano dalle dinamiche che strutturano le relazioni tra gli adulti.
Lover's Discourse, 2010, video installazione a 2 canali, ed. 5 + 2 A.P., veduta dell'installazione / Momenta Art, New York
Con The Damaged Piano del 2008, hai vinto il Premio Pagine Bianche d'Autore. La leggerezza della musica, il desiderio di reintegrare un vecchio pianoforte danneggiato, il senso della ricerca di qualcosa, il ritrovamento, la ritemporalizzazione dell'oggetto, il trasportare da un tempo all'altro uno strumento musicale. Da quale ricerca è nato questo lavoro?
The Damaged Piano è il ritratto di un pianoforte sopravvissuto alla guerra in Germania, uditore e interprete di mille storie e ancora capace di vibrare suoni assolutamente personali. Le tracce dell’abbandono e la sua riscoperta, così come l’identità stratificata dello strumento, sono talmente evocative e stimolanti per la mia ricerca, che ho sentito sin dall’inizio la necessità di raccontare la sua storia. La storia di un pianoforte dalla natura particolare, capace di rievocare e trasmettere con una forte carica emotiva suoni che appartengono al passato. Quando Michael Nyman, il compositore inglese che accidentalmente ha ritrovato questo strumento nel laboratorio di un restauratore a Berlino, si è accinto a suonarlo per la prima volta ne è rimasto fortemente impressionato. Abituato a comporre una musica decisamente minimale si è accorto immediatamente dell’alterità delle note che stava suonando: un sound assolutamente insolito, barocco, gotico e industriale. Nella serie di lavori legati a questo progetto ho deciso dunque di confrontarmi con l’esperienza del compositore inglese per riflettere, a partire dalla testimonianza di uno strumento abbandonato, sulla relazione tra i concetti di tempo e identità.
Di recente hai chiuso la prestigiosa residenza di sei mesi all’International Studio & Curatorial Program (ISCP) di Brooklyn. Qual è, col senno di poi, il resoconto finale di questa tua esperienza?
Il bilancio è assolutamente positivo. L’ISCP è la residenza per artisti internazionali più strutturata a New York, una delle più prestigiose al mondo. Il punto di forza del programma è sicuramente la possibilità di confrontarsi con i numerosi artisti che vi risiedono, per tempi più o meno lunghi, e con i critici, non solo americani, che frequentemente vengono invitati per una serie di studio visit. Il mio obiettivo, prima di partire, era proprio quello di mettere in discussione la mia ricerca, per sondare come potesse essere percepita da punti di vista diversi, anche lontani dai riferimenti culturali italiani. La scelta poi di strutturare lo studio come un set e quindi di mettere in scena il processo di creazione del nuovo lavoro ha permesso agli addetti ai lavori, così come al pubblico in visita per le mostre che si susseguivano durante l’anno, di entrare in diretto contatto col mio fare artistico e con le dinamiche di costruzione del progetto. I risultati migliori sono scaturiti proprio dalle relazioni attivate nel quartiere di Williamsburg, a Brooklyn, dove si è sviluppata la residenza, anche grazie all’esperienza dell’apprenticeship program istituito quest’anno dall’ISCP, che mi ha offerto, con l’aiuto costante di una studentessa del liceo, la possibilità di sviluppare un progetto davvero in relazione con la comunità locale.
The Sentimental Glance, 2007, video installazione a 7 canali / vedute dell'installazione / Galleria Maze, Torino
Le maggioranze silenziose – majorités silencieuses, per dirla con Jean Baudrillard – sono luogo di un discorso che percorri per evidenziare l'importanza del plurale e, nel contempo, di un singolare pluralizzato o di una pluralità singolare (Jean-Luc Nancy) che è possibile rintracciare all'interno, appunto, della molteplicità. Di un Essere, insomma, singolare plurale, fibra coesiva direi o, volendo utilizzare una osservazione heideggeriana, cooriginarietà dell’essere-con (Mitsein), dell'esser-ci (Dasein)…
Mi considero parte di un mondo totalmente frammentato, e allo stesso tempo credo fortemente che ogni frammento può veicolare l’essenza del tutto. Partendo dalla mia esperienza personale e singolare, cerco di raccontare la pluralità di cui mi compongo e che contribuisco a comporre. Per dirla con Fernando Pessoa: “Mi sento multiplo.
Sono come una stanza dagli innumerevoli specchi fantastici che distorcono in riflessi falsi
un’unica interiore realtà che non è in nessuno ed è in tutti”.
In molti dei tuoi progetti focalizzi l'attenzione sulla questione dell'autre, dell'altro da sé, volendo utilizzare una terminologia lacaniana. Ma anche sul desiderio di desiderare le cose desiderate…
Il desiderio è una delle spinte più grandi e più forti, è una sorta di ossessione che porta a confrontarmi con storie sempre diverse, a mettermi in gioco ogni volta, esponendo una parte di me. Allo stesso modo è senza dubbio costante nella mia pratica il tentativo di appropriarsi di una parte dell’altro, di vivere attraverso l’altro un’esperienza a me negata, rimandata nel tempo o semplicemente mai vissuta. Questo è palese per esempio in Dobrochna, un video del 2005, in cui attraverso il racconto che segue da vicino alcuni momenti legati alla maternità della mia migliore amica, cerco di rivivere la medesima intensità di quell’esperienza. Attraverso il ricordo dell’infanzia della protagonista, esperienza condivisibile sia per me che per lo spettatore, viene formalizzato il suo rapporto con il figlio che sta per nascere, il mio desiderio di sovrapporre la mia esistenza a quella dell’altro. Pur con intenzioni diverse, simile è la spinta dell’ultimo lavoro, Lover’s Discourse (2010), in cui intervisto coppie di innamorati, nel momento in cui sto vivendo una relazione a distanza, e in qualche modo è mia intenzione comprendere dinamiche che in quel momento non è nelle mie possibilità vivere, analizzare e sviluppare nella quotidianità. Si tratta dunque di una pratica continua che attraversa dinamiche differenti, pur nascendo dalla medesima convinzione per cui attraverso l’altro credo sia possibile riflettere e comprendere una parte di sé.
The Sentimental Glance, 2007, video installazione a 7 canali / vedute dell'installazione / Galleria Maze, Torino
Jacques Derrida, Michel Foucault, Jean-Luc Nancy. Sono alcuni dei nomi che sfilano tra i tuoi discorsi artistici. Quanta importanza hanno i saperi diversi – filosofia, letteratura ecc. – nel tuo lavoro?
L’ispirazione è inarrestabile e immensa. Tutti i miei lavori sono inevitabilmente intrisi di citazioni e riferimenti continui agli studi che ho portato avanti in questi anni e che fanno riferimento a campi diversi del sapere, dalla filosofia all’antropologia e alla sociologia, senza soluzione di continuità. Se ogni installazione ha un’origine articolata e complessa, il risultato finale dell’opera è volutamente scarno e immediato: per ottenere questo risultato è necessario un continuo lavoro di selezione e limatura. Mi preme in ogni caso che affiorino sempre nel lavoro diversi piani di lettura, come fili invisibili che possono all’occorrenza emergere per tracciare nuove riflessioni. Di natura assai diversa restano le letture che mi accompagnano durante i periodi di lavorazione alle differenti produzioni. In questo momento ho sulla mia scrivania: Identitè di Jean-Luc Nancy, E-flux Journal#14, Diario di scuola di Daniel Pennac, L’uomo sentimentale di Javier Marías, una serie di blog che analizzano i dialoghi dei reality show così come il linguaggio utilizzato dai protagonisti degli ultimi casi di cronaca nera, la sceneggiatura del film The social network, Seven plays di Sam Shepard, Individualmente insieme di Zygmunt Barman, L’ossessione identitaria di Francesco Remotti e la biografia di Simone de Beauvoir e Jean-Paul Sartre, Tête-à-tête.
Ritornerei alle tue origini, e precisamente al territorio teatrale. Quanto incide, se incide, la messa in scena dell'opera nello spazio espositivo?
Il buio della sala, così come il nero che spesso avvolge i miei lavori, hanno lo scopo di aiutare quel processo di immedesimazione con lo spettatore di cui parlavamo prima. Penso infatti che l’oscurità, illuminata solo dai riverberi della proiezione, permetta un rapporto con il tempo diverso, di maggiore intimità e allo stesso tempo una più profonda consapevolezza del soggetto, un rapporto più stretto con l’inconscio, da cui è possibile, con un’operazione maieutica, far emergere la propria visione delle cose. In questo senso le installazioni a cui ho lavorato in questi anni possono essere a buon diritto paragonate a una vera e propria messa in scena teatrale.
The Sentimental Glance, 2007, video installazione a 7 canali / vedute dell'installazione / Galleria Maze, Torino
Il tuo ultimo progetto, pensato per la Galleria Tiziana Di Caro che ti rappresenta, si chiama Coexistence (2010). L'amore, la coesistenza, la convivenza, l'intreccio di storie e di vite. Sono nuclei di un discorso che segui per dar vita, via via, ad una poetica (e forse anche ad una politica, nel senso più alto naturalmente – ad un'attività umana, per dirla con Aristotele, che si assolve in una collettività) che definirei integrativa: e non solo da un punto di vista linguistico (dall'incontro di idiomi differenti), ma anche da un punto di vista morale, costruttivo ed elaborativo. Com'è pensata e strutturata, ora, la mostra in galleria? E quale intreccio linguistico hai elaborato per questa nuova riflessione?
La mostra è composta da una serie di lavori legati all’installazione video a 2 canali Lover’s Discourse (2010), presentata per la prima volta la scorsa estate da Momenta Art a New York. In galleria il video è mostrato nella versione monocanale, a parete, in qualche modo distante dagli altri lavori. Essi compongono, infatti, una sorta di installazione unica, scaturita dal progetto video, capace di illustrarne dettagli e intersezioni, come sotto una lente d’ingrandimento, ma in maniera del tutto autonoma. Ne è una prova la scritta al neon Il n’y a pas d’existence sans coexistence, citazione tratta dal saggio Essere singolare plurale di Jean-Luc Nancy, che ha ispirato questa ricerca e di cui mi sono appropriato chiedendo al mio partner di riscriverla a mano con la sua grafia.
Una serie di fotografie di piccole dimensioni mostra poi una selezione di ritratti di alcuni innamorati intervistati, mentre in due vedute d’esterno emergono, come in fotogrammi tratti da un film romantico, coppie di amanti che s’incontrano per un appuntamento.
La necessità di coesistenza e condivisione scandisce il ritmo dei lavori, come in un gioco di specchi in cui si riflettono diverse relazioni e si sovrappongono dinamiche individuali e comunitarie, attraverso legami sottili, intessuti drammaturgicamente, tra finzione e realtà.
The Infinite Film, 2009, installazione, CCS, Palazzo Strozzi, Firenze |
Vorrei
chiudere con The Infinite Film (2009), un lavoro
straordinario che fa i conti con la durata del brano cinematografico.
Da quale analisi nasce questo disegno che toglie la
parola fine al finale?
The Infinite Film è un’installazione in divenire, un film in fieri, senza fine. Si compone ogni volta associando diversi fotogrammi tratti dai miei film e video, come quando, durante il montaggio di una pellicola, l’editing ha il potere di determinare nuove corrispondenze e significati inediti di una storia. A partire dalle riflessioni degli scritti di Wittgenstein sull’infinito, The Infinite Film è un’opera in progress che, alla pari di tutta la mia ricerca, vive nel continuo confronto e nell’incessante condivisione di sguardi e relazioni.
Tutte le immagini: courtesy Galleria Tiziana Di Caro, Salerno,
tranne le foto della videoinstallazione Sentimental Glance (courtesy Galleria Maze, Torino).