Pietro Marcellospazio

visioni /
di Daniele Maggioni
Il limbo perduto,
tracce da La bocca del lupo di Pietro Marcello 

Un uomo di circa trent’anni cammina per le stradine dell'angiporto di Genova. Carrugi stretti che obbligano alla promiscuità e costringono al contatto fisico. Ha avuto l'incarico dalla associazione San Marcellino, che a Genova si occupa di emarginati, di raccontare quel mondo in un filmato. L'uomo si chiama Pietro Marcello e non ha intenzione di prendere questo incarico solo come una semplice attività professionale. Non è nel suo stile. Non lo era stato nemmeno nel film precedente, Il passaggio della linea, per realizzare il quale aveva trascorso lunghe notti sui treni che dal tramonto all'alba attraversano l’Italia da Trieste a Reggio Calabria, da Taranto a Milano. Anche allora scrutava tra le figure dei frequentatori di quell’universo per scovare volti emblematici e storie sospese tra gli scompartimenti e i corridoi. Pietro Marcello, per cercare le storie, sente infatti la necessità di calarsi nel mondo, dentro agli universi che affronta, immergendosi fisicamente nel reale spesso traumatico, sicuramente eccessivo, costituito dalla materia che vuole raccontare.

Per svolgere il suo incarico decide quindi di andare a vivere tra la gente dell'angiporto, lasciando che la vita di quel luogo possa scorrere sulla superficie della sua pelle fino a impregnarla. Frequenta le persone che in quelle strade senza luce svolgono i loro affari: bottegai e commercianti ma anche prostitute, transessuali, piccoli spacciatori. Sa che solo in questo modo potrà accadere ciò che è naturale che accada: la storia che tanto sta cercando gli andrà incontro. Sarà lei a trovarlo.

La storia che Pietro Marcello incontra ha il volto e il corpo di un uomo, Enzo Motta. Una faccia spigolosa, che pare intagliata nel legno e che avrebbe fatto la gioia dei casting directors dei film di Umberto Lenzi quando andavano alla ricerca di volti duri e intensi. Pietro incontra il suo personaggio, e la storia che incarna, all’ingresso di una panetteria dei carrugi. Vedendolo, intuisce da subito che Enzo è la persona che cercava e lui potrà raccontargli la storia che stava aspettando.

Inizia quindi un sodalizio fatto di rapporti quotidiani durante il quale Enzo lascia che la videocamera di Pietro Marcello lo scruti e lo segua. C’è un atto di fiducia alla base di questo rapporto: Enzo sa che potrà fidarsi di come il suo amico regista rappresenterà la storia della sua vita e non teme quindi di aprirsi a lui, aprirsi al mondo esterno attraverso lo sguardo che Pietro metterà sul suo mondo interno. Enzo Motta, racconta di quando giovane immigrato dalla Calabria aveva iniziato a frequentare i carrugi, dei primi traffici con le sigarette di contrabbando. Racconta delle sue spacconate delle regole d’onore che si sentiva di rispettare e dei fatti criminosi in cui si era trovato coinvolto e che lo avevano portato diverse volte in carcere fino a un’ultima condanna a quattordici anni. La molla che gli ha consentito di resistere è stata la prospettiva di poter finalmente vivere un giorno insieme all’amore della sua vita, Mary, un buliccio conosciuto proprio in carcere con cui ora finalmente può vivere.

Mary non si vedrà che nel finale del film quando emergeranno in tutta la loro forza i desideri di normalità di questa coppia: un futuro sereno, una casa in collina da cui si vede il mare, un piccolo orto da coltivare, prendersi cura dei cani, fare delle passeggiate. È nella prospettiva di vita di una coppia normale, per certi versi impossibile, che occorre collocare la chiave di lettura del film. Alla base c’è un profondo sentimento di perdita. La perdita di un qualcosa che in realtà né Enzo né Mary hanno mai posseduto fino ad oggi: una vita insieme quotidiana con la banalità della suo perbenismo apparente. La perdita di un passato che non c’è stato perché ciò che hanno vissuto si è spinto in direzioni diverse da quelle a cui oggi aspirano.

Nella costruzione cinematografica, Pietro Marcello usa un doppio registro: da un lato si apparenta all’idea del documentario classico in cui il racconto della vicenda si dipana con le voci dei protagonisti, quasi sempre off, sottostanti a immagini della quotidianità di Enzo fino all’unica scena verso la fine in cui c’è una intervista a lui e a Mary insieme. Dall’altro, cerca una sorta di controcampo visivo, attraverso l’uso di materiale d’archivio: filmini amatoriali, scovati presso cineteche private, montati e inseriti nel racconto della vite di Enzo e Mary come fossero il sottofondo nostalgico del loro universo. Un mondo che sta in una zona di nessuno tra il paradiso e l’inferno, una sorta di limbo perduto che non consentirà mai l’accesso al sublime e alla felicità. La parte documentaristica tradizionale rimanda all’idea di cinema che Joris Ivens metteva in atto nei suoi lavori e al suo concetto di costruzione di una verità che emerge dalle cose, resa possibile dal fatto che il documentarista è inserito profondamente tra esse. Ivens sosteneva, infatti, che solo nel momento in cui il documentarista è accettato dal luogo e dalla storia che sta raccontando, potrà esserne il testimone. L’accettazione richiede consuetudine, prossimità, relazione, vicinanza, immersione. Questo è stato l’atteggiamento che Pietro Marcello ha adottato per raccontare la storia di Enzo. In una delle sequenze più emozionanti del film, viene mostrata una serata di Enzo in un bar dell’angiporto. Un brandello di vita in cui alcuni personaggi, naufraghi allo sbando nel mare della solitudine e della desolazione, si abbrutiscono in una deriva alcolica. Pietro Marcello lo racconta attraverso l’occhio di una videocamera presente ma allo stesso tempo invisibile che riesce a cogliere la verità di quel momento, la bellezza del reale anche quando diventa insopportabile. L’altro rimando che si ritrova nel film è quello a Peter Forgacs, il cineasta ungherese che usando materiali amatoriali, filmini, fotografie ha riscostruito opere visive che raccontano, attraverso uno sguardo inedito, la storia di vari periodi dell’Ungheria da un punto di vista privato, non ufficiale.

Con l’inserimento di immagini tratte dagli archivi privati e dai filmini familiari, Pietro Marcello non ha voluto stabilire un rapporto di contestualizzazione storica del racconto del suo protagonista. Ha cercato invece un rapporto legato alla dimensione dello sguardo che è necessario mantenere sulle vicende. Gli inserti amatoriali ci guidano, suggerendoci uno sguardo che privilegia la lateralità del racconto minore, che sceglie l’attenzione sul reale minimo e quotidiano. Queste immagini così lontane divengono sintomi, tracce del passato su cui si riverbera il qui e ora del racconto quotidiano e la nostalgia del mondo perduto che emerge dal racconto della storia di Enzo e Mary.


 

:: visioni ::

— Marcello P., Nella tana del lupo, Indigo Film, l'Avventurosa Film, Italia 2009.