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    Waves Sweep The Sand
    di 
    Jakko M. Jakszyk

    Si ritorna a parlare di Jakko M. Jakszyk, non tanto per un nuovo disco quanto per l’uscita di un compendio all’opera magna intitolata The Bruised Romantic Glee Club (vedi Quaderni d’Altri Tempi n.7) doppio cd uscito nel 2007 e, oggi, per la cronaca, tornato in distribuzione sui principali siti web che commercializzano musica indipendente. Waves Sweep The Sand è, infatti, una raccolta di versioni alternate, outtakes e cover che avrebbero dovuto finire nella compilation di due anni fa, ma che, per ragioni di spazio e commerciali (ormai i tripli hanno fatto il loro tempo), vennero scartati al momento di strutturare la scaletta. Ma, attenzione, di scarti non si tratta affatto. Anzi, Waves Sweep The Sand è l’ennesima prova di un chitarrista-compositore di talento che sa pennellare raffinati arrangiamenti (Scarecrows) e muoversi con disinvoltura tra le scie di un certo “pop per adulti” di chiara ispirazione Stewart&Gaskin (David Gates in Whitley Bay). Un musicista a tutto tondo che non rinuncia a mettersi ogni volta in gioco, cimentandosi in riscritture o sconfinando in generi contigui a quello della canzone o del brano rock impegnato: si ascolti, ad esempio, l’alternate take acustica Catley Reprise, che prende le mosse da quel piccolo capolavoro di matrice frippiana che è Catley’s Ashes contenuto in The Bruised Romantic Glee Club, o i tanti intermezzi impressionistici, stralci di immaginifiche colonne sonore (Suburban Windows, Waves Sweep The Sand, September Skies), che Jakko utilizza per legare un brano all’altro. Qui, a differenza del lavoro del 2007, Jakko suona tutti gli strumenti (la produzione e la registrazione è avvenuta tra le mura degli studi “di casa” del Silesia Sound di Londra e in Hertfordshire) e solo in alcune tracce si fa aiutare da amici o colleghi di progetti laterali come il compianto Ian Wallace scomparso nel febbraio 2007 (probabilmente si tratta della sua ultima performance ufficiale) o come Gavin Harrison, già con Jakko dai tempi dei Dizrythmia. Tra i gioielli, la maratona ritmica di Kevin Costners Golf Course dove Jakko dà un’ulteriore prova del suo virtuosismo e la finale Slug Death and The Cockroaches Revenge, una traccia che sembra tratta da una session degli Hatfield and The North del 1973 con tanto di chitarra distorta dal timbro milleriano che genererà nell’ascoltatore antiche memorie, così come quella Theme One che fu anche nel repertorio dei Van der Graaf Generator.
    Claudio Bonomi

    jakko
     
    titolo 
    Waves Sweep The Sand

    di Jakko M. Jakszyk

    etichetta JMJ

    distributore Burning Shed

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    Flashback
    di 
    Bob Downes' Open Music Trio

    Per la sua etichetta Openian Bob Downes pubblica questo album, più che di appunti, di ritagli e di istantanee. Le note dell’autore chiariscono infatti l’origine estemporanea e non calcolata di queste registrazioni: la prima metà (1971) documenta a uso personale una prova londinese di questo già noto Open Music Trio (con Barry Guy al contrabbasso e Denis Smith alla batteria), mentre il resto è egualmente ripartito fra la testimonianza di una prova con una compagnia di danza a Brighton (1973) e quella di un’esibizione in una galleria d’arte di Londra in occasione di una mostra (1971). Lo strano multistrumentista inglese, da anni traslocato in Germania dove si è dedicato per tempo a una produzione grosso modo New Age, si direbbe aver fatto dell’occasionalità un modus operandi musicale e questo spiegherebbe facilmente la decisione di offrire ai suoi affezionati queste esecuzioni registrate un po’ così e anche strumentalmente alquanto slabbrate, soprattutto dove Downes imbocca il sax soprano. In questa uscita dunque Downes, conforme alla sua più e meno recente poetica, persegue la spontaneità, ma una che, come in tutti i musicisti veri, è esclusivamente dell’intenzione espressiva, mai dell’esecuzione, che anche qui, pur nella relativa noncuranza, mostra sempre un adeguato controllo dei mezzi. Se la prestazione solistica di Downes, soprattutto nella musica per danza, appare schematica, con il fraseggio dissolto in pulviscoli e macchie di note e rumori, ogni esecuzione è ancorata saldamente – anche troppo! – dal contrabbasso di Barry Guy che fornisce in ogni momento un ground bass centratissimo, non solo nel tempo composto di Brasilian Beauty o nel calypso rollinsiano di West Eleven, ma anche nei momenti più out di Walkin’ Runnin’ Man. Bella la prestazione di Denis Smith, purtroppo registrato troppo forte, a cui Downes si direbbe aver affidato con piena fiducia il timone agogico del trio. Un disco bizzarro, consigliabile forse solo a chi di Downes già conosca la produzione principale.
    Marco Bertoli

    flashback
     
    titolo 
    Flashback

    di Bob Downes

    etichetta Openian

    distributore Bobdownesmusic

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    Eclipse
    di 
    Ear&Now

    La formazione di Ear & Now schiera Paolo Cantù, Xabier Iriondo e Alberto Morelli. I tre si fanno dare una mano da un po’ di ospiti (Gianni Mimmo, Federico Cumar, Cristian Calcagnile, Federico Sanesi, Stefano Stefani), usano una registrazione sul campo (l’anno è il 1969) di Rosa Corn, ultima cantante tradizionale della Valle dei Mocheni, Trento, e spargono nelle quattordici tracce suoni di ogni tipo in virtù di una strumentazione a dir poco eterogenea: chitarre, organi hammond e farfisa, mahai metak, sax, trombone, clarinetto, tabla, bow vibraphone, wistle, campane tibetane, piano, piffero, oboe e harmonium. Ne salta fuori un disco assolutamente inclassificabile, un invito a ricercare rimandi, ascendenti, suggestioni, collegamenti. Il più evidente è quello dichiarato sin dal titolo dalla splendida Third Ear Dance, al visionario gruppo inglese Third Ear Band, che sul finire degli anni Sessanta propose musiche da un oscuro futuro remoto. Altri sono rintracciabili in base ai propri gusti, cosicché qui e là la critica si è sbizzarrita a indicare tra i riferimenti Gastr del Sol, Mauricio Kagel, Lars Hollmer, Krzysztof Penderecki, i This Heat, ma anche Amm, Organum e certi Nurse With Wound, aggiungiamo. A tradurlo in categorie e generi si potrebbe definire “improvvisazione contemporanea ambient ritual jazz avantgarde post rock”, anche se ti sembra che abbia un suono spaventoso, per dirla con Mary Poppins e rendere l’idea dell’inclassificabilità di questo disco (e in effetti lo si potrebbe definire del genere Supercalifragilisticespiralidoso). Come definire altrimenti l’astratto e arcaico cerimoniale celebrato in Pairidaeza, una delle perle insieme alla febbricitante title track e alla già citata Third Ear Dance. L’inafferrabile fa capolino un po’ ovunque, nel falso movimento di Ritornoalleoscuremaniere, oppure nel malsano ondeggiare di Ending Eclipse o ancora in 1000 Little Glowing Insects Will Dance In The Garden Of Eden, dove sembra di ascoltare strumenti in fase Rem. Disco co-prodotto da Amirani Records, SoundMetak, Wallace e l’inglese ReR. Da non perdere.
    Gennaro Fucile

    hear&now
     
    titolo 
    Eclipse

    di Ear&Now

    etichetta Wallace

    distributore Wallacerecords

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