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    b03
    Gli scacchi, ovvero quando il gioco si fa duro di Livio Santoro

    b03E matto non vuol dire matto, folle o pazzo che dir si voglia, vuol dire morto. Il re è morto! Shah mat! (anche il verbo latino mactare - uccidere, distruggere, sacrificare - ha la stessa radice). E in un certo senso questa dichiarazione è fatta ad opera di un uomo non solo nella realtà in cui si gioca, ma anche in quella del gioco stesso. Perché un re non può mai mettere sotto scacco il re avversario, possono farlo soltanto i sui fedeli seguaci, tutti gli altri pezzi che si muovono sulla scacchiera.
    Recentemente Paolo Maurensig (2003) ha ritradotto la concezione della morte negli scacchi, la sua storia è quella di un prigioniero dei campi di concentramento nazisti. A giocare col prigioniero c’è il suo aguzzino, ogni pezzo sottratto dal carnefice alla vittima corrisponde alla vita di un altro prigioniero, una sincera lotta per la vita. Ecco di nuovo vita, morte e potere mescolarsi nello stesso contenitore di un gioco tremendo.
    Si provi allora a sedersi davanti ad una scacchiera, di fronte ad un qualsiasi avversario, e lo si faccia tenendo presenti la storia di questo gioco e le sue prospettive per come si danno verso l’orizzonte dell’infinito. E si pensi a questa frase pronunciata dal campione russo sfidato dalla macchina, “il gioco degli scacchi è lo sport più violento che esista” ebbe a dire Garri Kasparov. Negli scacchi c’è tutta la violenza della condizione irrinunciabile dell’essere umano e della sua sfida all’infinito, quella stessa sfida che ingaggia un duello con le macchine, quella stessa sfida che autodetermina il soggetto, che promuove il pedone a regina, che mette la vita di fronte al suo correlato della morte. D’altronde, come tutte le manifestazioni cromatiche si inseriscono tra i due estremi che si chiamano bianco e nero (nient’altro che il giorno e la notte, nient’altro che il susseguirsi del tempo), così tutte le manifestazioni dell’uomo sono racchiuse all’interno di quelle sessantaquattro terribili caselle. Gli scacchi sono un gioco violento perché sono fatti non solo di tensione e di strategia, ma sono fatti di avanzamenti e di sacrifici. Spesso le partite si aprono con l’offerta di un proprio pezzo all’avversario, quello che si chiama sacrificio, gambetto nel gergo scacchistico. Si mette subito in chiaro una cosa, che la vita e la morte, che il bianco ed il nero, appartengono tutte allo stesso progetto di specchi che si chiama moltiplicazione. Sta tutto dentro lo stesso quadro di un concetto che nasce per negarsi come d’altronde fanno tutte le cose.

    Allora si concluda ancora con Borges (1960, p. 105):

    Quando si lasceranno i due rivali,

    quando il tempo oramai li avrà finiti,

    il rito certo non sarà concluso.

    In Oriente si accese questa guerra

    che adesso ha il mondo intero per teatro.

    Come l’altro, è infinito questo gioco.

       [1] [2] [3] (4)

    lv
    — J. L. Borges, 1932, Discussión, trad. it. Discussione, Adelphi, Milano, 2002.

    — J. L. Borges, 1944, Ficciones, trad. it. Finzioni, Einaudi, Torino, 1955.

    — J. L. Borges, 1960, El Hacedor, trad. it. L’Artefice, Adelphi, Milano, 1999.

    — P. Maurensig, La variante di Lüneburg, Adelphi, Milano, 2003.

    — V. Nabokov, 1930, Zaščita Lužina trad. it. La difesa di Lužin, Adelphi, Milano, 2001.

    — I. Peterson, The Soul of a Chess Machine: Lessons Learned from a Contest Pitting Man against Computer, “Science News”, 30 marzo 1996.

    — D. Shenk, 2006, The Immortal Game, trad. it. Il gioco immortale, Mondadori, Milano, 2008.

    — I. Bergman, Det sjunde inseglet, 1956, it. Il settimo sigillo, 01 Distribution, 2007.

    — S. Kubrick, 2001: A Space Odyssey, 1968, it. 2001: Odissea nello spazio, Warner Home Video, 2007.

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