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    Il fardello della felicità
    e il piacere del cambiamento

    di
    Fabio Berretini, Adolfo Fattori, Gennaro Fucile

    C ostruire la propria vita, un saggio di Ulrich Beck del 1997 colpevolmente pubblicato in italiano solo nel 2008, al di là del titolo che potrebbe far pensare ad uno di quei manuali di “autoaiuto” a cavallo fra la New Age e la preparazione ai concorsi pubblici, rivela una controtendenza rispetto alla riflessione sociologica degli ultimi anni sulla percezione del proprio rapporto col reale da parte degli abitanti della tarda modernità.
    Dopo decine di saggi sulla “perdita della prospettiva” del futuro, sull’infantilizzazione e la deresponsabilizzazione che sembravano caratterizzare gli individui della fine del Novecento, schiacciati dalla “fatica di essere se stessi” di cui scrive Alain Ehrenberg, Beck scrive che si afferma un nuovo modo di affrontare il rapporto fra il sé, il mondo sociale, il proprio progetto di vita; quasi, forse, l’ingresso in una nuova dimensione antropologica: il desiderio di costruirsi “una vita propria”, unica, irripetibile, scelta e progettata in proprio. Un desiderio di “protagonismo” che può sembrare ottimistico, ma che possiamo pensare nasconda una faccia oscura: l’idea che, se non si riesce nell’impresa, questo non sia anche frutto delle condizioni storico-sociali della nostra epoca – e quindi dei processi connessi alla globalizzazione, ad esempio – come scrive anche Beck, ma che le cause del fallimento dei propri propositi siano tutte individuali, endogene, insomma dei tratti e dei caratteri della nostra inadeguatezza personale. Ma questo fenomeno, ammesso che sia vero, dove relegherebbe il Mito? Ne segnerebbe la totale scomparsa dalle nostre vite e dal nostro orizzonte? O lo riposizionerebbe altrove? Magari nella percezione che ne abbiamo ne rafforzerebbe addirittura lo statuto, spogliandolo delle ultime connotazioni magiche. Forse, in quest’idea di “far-da-sé” esistenziale c’è proprio l’incorporazione del mito in se stessi, come protagonisti ineffabili del proprio progetto. Forse è in questo sentire la ragione della forza di tanti film sul controllo del futuro, da Minority Report a Next, o di serial come Flash Forward… oppure è nei sentieri poco avventurosi seguiti dal consumatore/bricoleur, artefice del proprio destino che realizza e disfa quotidianamente nel gioco dello shopping. O, forse, si tratta delle due facce della stessa medaglia. 
    Allora acquista senso rilanciare i canali che lo hanno salvato e disseminato durante la modernità, i canali dell’immaginario collettivo: i media, la fiction, gli eroi dell’immaginazione.

    tarzanCome Tarzan, ad esempio, ma anche come tanti “antieroi” del cinema, del romanzo, del fumetto – forse molto più simili come condizione ai sostenitori di una vita autocostruita, tanto vicini però alla fin fine alla protagonista di una vignetta di Altan, la bambina che rivolgendosi alla mamma le dice: “Mamma, mamma, c’ho la calda ansia di vivere!”, per sentirsi rispondere: “Troppo tardi, piccina, non s’ha più diritto al lusso…”.
    La corrente dell’immaginario e le strutture degli universi simbolici accelerano, insomma, e offrono un panorama in continua mutazione, sopra cui queste pagine spesso divagano, incrociando temi laterali e intrufolandosi in scenari talvolta inquietanti, minacciosi, poco rassicuranti. Un topo ci mette in guardia da un virus capace di essere anche mortale. Un morto ci invita a privilegiare un gestore telefonico per una comunicazione easy e conveniente a distanza. La più grande cantante italiana, dopo anni e anni di assenza in tivù, ricompare in video, ma solo in audio, per declamare stolide elegie di una pasta nostrana, i Fratelli d’Italia transmigrano in sorelle per vendere calze di ogni tipo e colore. Topo Gigio, Mike Bongiorno, Mina, Mameli, ibridazioni che stanno alterando (sicuramente un paradosso) le mutazioni da tempo in atto tra le pieghe dell’immaginario. Insomma, gli eventi – mediatici, culturali, sociali – acquistano velocità e metamorfizzano. Anche Quaderni d’Altri Tempi cambia e a questo punto, parliamo di noi e così la classica riflessione di Orientamenti termina qui. Parliamo di noi perché, a partire dal prossimo numero, il primo del 2010, Quaderni d’Altri Tempi presenterà delle novità. Si cambia poiché, spesso, la portata degli oggetti culturali che cadono sotto i nostri sensi è tale da spingerci a dedicarvi più spazio di quello che finora abbiamo potuto – voluto – investire per raccontarli, come nel caso delle recensioni. Preferiamo allora abolirle, e integrarle/trasformarle/importarle in Bussole, dedicando a questa sezione più spazio, ma incorporando nei componenti che ne fanno parte le proposte di riflessione che emergono/urgono dal contatto con gli oggetti della cultura che si affacciano al panorama del mercato culturale. Non più quindi solo oggetti che vivono su un supporto materiale (cd, libri, dvd), ma anche occasioni più evanescenti, “a tempo”: film nelle sale, mostre, concerti, spot, telefilm in corso, pubblicazioni da edicola, ecc. La mission rimane la stessa, però. Continuano a interessarci gli intrecci, i luoghi dove si incrociano le traiettorie della vita quotidiana con quelle dell’immaginario, o – il che è lo stesso – dove le produzioni estetiche incrociano quelle critiche. Perché, se spesso i prodotti dell’arte – film, racconti, immagini – presentano situazioni e figure che valgono più di un saggio di sociologia, così la ricerca e i suoi frutti non sono estranei alle dimensioni dell’estetica e della narratività. Anzi, forzando forse la mano, potremmo sostenere che tutta la cultura ha in sé una dimensione profondamente narrativa. E noi cerchiamo di narrare i frammenti di cui è fatta la realtà in cui abitiamo. Continueremo a farlo anche con una veste grafica in parte ripensata per essere adeguata al compito, mantenendo eleganza e funzionalità e sposteremo le uscite dalla metà alla fine del mese. 
    Fine dell’anteprima, l’avventura continua.

     
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