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    kunderakundera
    La definitiva leggerezza dell’essere: una rilettura di Kundera di Adolfo Fattori

    Ma non può consistere proprio in questo, il profondo artificio performativo, o metalinguistico, di Kundera? La sua distanza dai protagonisti del libro non è forse un riflesso del suo voler ribadire la loro distanza dal mondo, dalle cose, dagli eventi, dalle persone? E questa distanza, nel caso dei transfughi cechi protagonisti del romanzo, Tereza, Tomáš, Sabina, non può forse essere il risultato della vita passata sotto un regime oppressivo e oscuro? È gente senza cuore, e senza metterci il cuore l’Autore li ritrae – e da essi si ritrae. 
    Effetto del postmoderno che avanza… O forse una incursione nella descrizione – oggettiva, distante, impassibile – del destino degli uomini della tarda modernità, preda della depressione come “fatica di essere se stessi”, come frustrazione di fronte all’essere non più prigionieri dell’opposizione desiderio/divieto, ma di quella, ben più insormontabile possibile/impossibile (Ehrenberg, 1999). Una fatica qui dispiegata dai profughi dall’Europa orientale, figli di un’utopia dagli esiti disastrosi, nel trovarsi improvvisamente scaraventati in una libertà che li obbliga alla responsabilità, alla decisione, alle scelte. E di fronte alla quale si sentono inadeguati, incapaci: come scrive Ehrenberg, insufficienti
    (ibidem, pagg.  229 e segg.), attualizzando così quel male di vivere dell’uomo moderno che già Sigmund Freud aveva individuato in Il disagio della civiltà (1971). E quel titolo, uno dei più seducenti della storia della letteratura del Novecento, legittima così la sua solidità. Perché oggi è ineluttabilmente vero. L’essere è insostenibilmente leggero. La condizione preliminare per un desiderio di sparire dal mondo di cui troviamo traccia anche in altri esiti della letteratura contemporanea, come in Dottor Pasavento dello spagnolo Enrique Vila-Matas, che fra l’altro interviene anche lui, indirettamente, nel “dibattito” sul “senso” della vita, sulla biografia come narrazione, sui rapporti fra vita e romanzo. Uno dei personaggi di Vila-Matas, Ricardo Morante, ospite di una struttura per malati mentali, afferma, quasi parafrasando Kundera:

    La letteratura consiste nel dare alla trama della vita una logica che non ha. A me pare che la vita non abbia trama, gliela mettiamo noi che inventiamo la letteratura (2008, pag. 82).

    Con l’intima consapevolezza che la cura radicale alla nostra angoscia sarebbe solo nello sparire a noi stessi. Progetto impossibile da realizzare, se non forse abbandonandosi ai sinuosi labirinti della follia, sicuramente consegnandosi al definitivo oblio della morte. O facendo letteratura:

    Scrivere è uno spossessarsi senza fine, un morire inesorabile.
    (ibidem, pag. 30)

       [1] [2] [3] (4)

    l
    — Ballard J. G., The Atrocity Exhibition, 1990, trad. it. La mostra delle atrocità, Rizzoli, Milano, 1991.

    — Candau J., Memoire et identité, 1998, trad. it., La memoria e l’identità, Ipermedium, Napoli, 2002.

    — Ehrenberg A., La fatigue d’étre soi. Dépression et société, 1998, trad. it., La fatica di essere se stessi. Depressione e società, Einaudi, Torino, 1999.

    — Freud, S., Das ungluck in der kultur, 1929, trad. it., Il disagio della civiltà, Boringhieri, Torino, 1971.

    — Houellebecq M., Les Particules élementaires, 1998, trad. it., Le particelle elementari, Rizzoli, Milano, 1999.

    — Kundera M., Nesnesitelná lehkost byti, 1984, trad. it. L’insostenibile leggerezza dell’essere, Adelphi, Milano, 1985.

    — Pecchinenda G., Homunculus, Liguori, Napoli, 2008.

    — Tolstoj L., Anna Karenina, 1877, trad. it. Rizzoli, Milano, 2006.

    — Vila-Matas E., Doctor Pasavento, 2005, trad. it. Dottor Pasavento, Feltrinelli, Milano, 2008.

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