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    kunderakundera
    La definitiva leggerezza dell’essere: una rilettura di Kundera di Adolfo Fattori

    Lo scrittore ceco lavora su più di un piano. Da una parte ci sono le vicende concrete che occorrono ai protagonisti: tutte incentrate su se stessi, sulla continua riflessione sulle decisioni da prendere e su quelle già prese – decisioni che nella maggior parte dei casi riguardano le relazioni sentimentali, anzi prima di tutto erotiche, che hanno. Da un'altra le riflessioni di Kundera stesso sulle vicende umane, sulla loro significatività, casualità, e – al contrario – eventuale necessità, nella forma del romanzo saggio, in cui continuamente l’autore dialoga col lettore, ed entra nell’interiorità del personaggio. Infine, c’è un piano di riflessione più generale, astratto, quasi teorico, che implica una dimensione ancora più metafisica, quasi, che concerne le vicende umane in genere, il senso della vita e del nostro essere-nel-mondo. E, nonostante il fatto che i personaggi del romanzo vivano in tempi oggettivamente difficili per loro, si trovano a dover prendere decisioni impegnative: fughe, esili, ricongiungimenti, separazioni; e a dover subire ingiustizie gravi: espulsioni dal posto di lavoro, richieste di impegno politico indesiderato, attenzioni volgari, sembra che non ne siano mai colpiti veramente in profondità. Proseguono a vivere, sempre avvolti su se stessi, rivolti verso un’interiorità fatta di desiderio infantile, di superficialità e irresponsabilità. L’unica che forse si dimostra leggermente più profonda è Tereza, la fotografa amante di Tomàš – l’unica di cui ci viene con profusione raccontata la vita da bambina e lo squallore del rapporto con la madre. In sostanza, siamo in una dimensione che poco dopo sarebbe stata definita da sociologi e filosofi della deresponsabilizzazione e dell’infantilizzazione. Una dimensione decisamente legata all’oggi, al post industriale, alla perdita degli ancoraggi, della prospettiva… Il che fa pensare al postmodernismo come corrente artistica. Come sostiene, in effetti, parte della critica.
    I segni dell’appartenenza del romanzo alla fase finale della Modernità non sono però solo questi. A parte l’intero impianto, costruito sui periodici interventi dell’autore come interlocutore diretto del lettore, un altro elemento che conduce a questa interpretazione sono le considerazioni sul rapporto fra romanzo e realtà, e quelle sul rapporto fra azioni umane e loro significato.
    Un passaggio in particolare, che riportiamo qui sotto per intero, dà ragione di queste riflessioni. Kundera, discutendo della simmetria dei rapporti fra romanzo e vita, racconta di come Tereza, quando raggiunge Tomàš a Praga, dopo averlo conosciuto – grazie ad una serie di coincidenze che lei imparerà a considerare inevitabili – ha sotto il braccio Anna Karenina. Il romanzo di Lev Tolstoj si apre con la donna che è sul marciapiede di una stazione ferroviaria, dove da poco qualcuno è finito sotto un treno, e si chiude con la stessa Anna che si getta sotto un altro treno. Questa simmetria può apparire troppo “romanzesca”. Ma:

    Si, sono d’accordo, ma a condizione che la parola “romanzesca” non la intendiate come “inventata”, “artificiale”, “diversa dalla vita”: Perché proprio in questo modo sono costruite le vite umane.
    Sono costruite come una composizione musicale… L’uomo senza saperlo compone la propria vita secondo le leggi della bellezza…
    Non si può quindi rimproverare al romanzo di essere affascinato dai misteriosi incontri di coincidenze… ma si può rimproverare all’uomo di essere cieco davanti a simili coincidenze nella vita di ogni giorno…

    (ibidem, pagg. 59-60)


    In questo breve brano è dispiegato uno dei temi più interessanti del romanzo di Kundera: la sovrapponibilità di vita e romanzo. Siamo noi uomini, infatti, a dare senso – a posteriori – alle sequenze di avvenimenti che ci capitano, trasformandoli in narrazioni che li giustificano. La nostra identità è – alla fine – il prodotto della narrazione che facciamo a noi stessi – e agli altri – del nostro Sé (Pecchinenda). E per dargli senso, andiamo a caccia di collegamenti, di continuità, di relazioni di causa/effetto – per poi finire per impotenza, a volte, a evocare, il caso, il destino, il fato, ritornando inevitabilmente al mito, ad una spiegazione arcaica, sacra delle cose del mondo…

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