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    colpacolpa
    Giù, in fondo al senso di colpa, fino a sfiorarne la superficie di Erika Dagnino

    Come una persona paralizzata che a causa della sua stessa forma paralizzante non avrebbe neanche facoltà effettiva, tecnica di suicidarsi, perpetuando quella sorta di urlo muto che dura per l’eternità. Con una continuità talmente potente da risultare inestinguibile. L’immagine dell’immobilizzazione nella sua stessa fisicità, la paralisi, non ci impedisce di evocare l’uscita da Sodoma e Gomorra, il divieto di girarsi per guardarle distrutte, il tramutarsi in statua di sale della moglie di Lot. 

    Il Signore distrusse quelle città e tutti i loro abitanti, tutta la pianura e la vegetazione del territorio. Ma la moglie di Lot si voltò indietro a guardare e divenne una statua di sale. (La Bibbia, 1985, p. 39).

    Il proprio io è composto da infiniti gesti, atti, ribadendo infiniti sensi di colpa perché ogni gesto è una conferma del proprio io, quindi della propria colpa, si materializza così una sorta di inferno della gestualità.
    Persino ogni parola confermerebbe il senso di colpa, è quindi il sacrificio dell’io a se stesso, nel momento in cui non può più fare nulla non agisce, ma il dramma assoluto è che il soggetto non può fare nulla mentre il suo io permane nell’impossibilità di spegnere il proprio io. Senza rimedio, congelamento nell’eternità nel dramma più totale. Che diventa una vera e propria dimensione di pietra da cui resta impossibile uscire. Non un soffocare, poiché la propria fisicità continua a essere, facendosi beffe del soggetto stesso.

    Sono infatti come di pietra, sono come il mio monumento funebre, e qui non c’è spazio per il dubbio o la fede, per amore o ripugnanza, per coraggio o paura in particolare o in generale, ma vive soltanto una vaga speranza non migliore delle iscrizioni sulle pietre sepolcrali. (Kafka, 2002, p. 124).

    Ma se si vuole guardare al potenziale: non può esistere un dolore fecondo? Non è ammesso convivere con tutto ciò in cui il senso di colpa può consistere? L’unico modo, forse, è tacerlo. 
    Facendo le dovute proporzioni, con riferimento a una figura che ha subito irrimediabilmente le conseguenze di un suo modo di essere, citiamo l’esempio di Torquato Tasso, rinchiuso per anni come pazzo nell'ospedale di Sant'Anna, a Ferrara, per ordine del duca Alfonso II d'Este, poiché insultato dallo stesso poeta durante la celebrazione delle sue nozze con Margherita Gonzaga. Un Torquato Tasso lacerato da dubbio e angoscia per La Gerusalemme Liberata, per la correttezza di dottrina e di morale. Più volte spintosi ad atto di pubblica autoaccusa, con richiesta di essere processato dal tribunale dell’Inquisizione.
    Il senso di colpa è una sorta di morte dell’anima. Non ha rimedio: per spegnere il senso di colpa si dovrebbe essere un’altra persona, nemmeno col suicidio, lo si ripete, che è un atto, e ne sarebbe solo una conferma. Ci possono essere cause, concause, ma il fenomeno senso di colpa è e rimane essere murati irrimediabilmente in maniera assoluta e definitiva dentro il proprio io. Come condanna e dannazione.

    Avere la sensazione di essere legato e ad un tempo l’altra che, quando uno fosse sciolto, sarebbe ancor peggio. (Kafka, 2002, p. 124).

    La parola più consona al senso di colpa sembra dunque essere strazio: è straziante, irrimediabile, perché in quanto tale non accetta remissione. Insopportabilità in assoluto. Che però impedisce persino la morte. La morte potrebbe essere, certo avviene, ma come estrema conferma, non come via di fuga, uscita. Conferma postuma del senso di colpa provato.

     
    colpacolpa
       [1] [2] [3] [4] (5)

    l
    — La Bibbia, Genesi 19, 25-26, Elle Di Ci, Leumann, To, United Bible Societies, 1985.

    — Kafka F., Diari, Mondadori, Milano, 2002.

    — Kafka F., Lettera al padre, SE, Milano, 1987.

    — Kafka F., Tutti i racconti, Newton Compton, Roma, 1995.

    Quando si è qualcuno, in Opere, Mondadori, Milano, 2000.

    — Plath S., I capolavori di Sylvia Plath, Mondadori, Milano, 2004.

    — Tasso T., La Gerusalemme liberata, Garzanti, Milano, 2003.
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