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    colpacolpa
    Giù, in fondo al senso di colpa, fino a sfiorarne la superficie di Erika Dagnino

    Essere quello che si è, è il vero problema, perché investe il nucleo portante dell’io stesso, che si manifesta proprio attraverso i suoi atti. C’è qualcosa in più del compiere atti? Esiste prima l’io e poi esistono gli atti? Sì, prima l’essere, poi il fare.
    Se si parte dal senso dell’io che oltrepassa gli atti che compie allora si ‘riduce’ a quello che si è il senso di colpa. Non semplicemente senso di colpa perché si ha rubato, mentito, o chi sa cosa d’altro, ma per quello che effettivamente è il rapporto tra io e se stessi, il proprio io che viene visto specchiato dentro di sé. Il senso di colpa risulta in qualche modo riflettersi in qualche zona, qualora sia deformante resta comunque sempre un vedersi: il soggetto coinvolto si vede: si piace o non si piace. Se non si vedesse mai non si sentirebbe in colpa, probabilmente. Importante lo sguardo collegato al senso di colpa. Ritorno sui propri passi legato strettamente alla dimensione di guardare se stessi. Il rapporto tra esteriorizzazione e interiorizzazione è un guardarsi estrinseco o intrinseco, cosa si guarda di sé quando ci si sente in colpa per quello che si è? È sguardo che potremmo definire scritto: il senso di colpa è sempre comparazione alla norma, anche perché si presuppone il conflitto di un’idea di sé che non si è, secondo una regola ritenuta come quella “giusta”, e fare in modo di aderire il più possibile a questo modello, se non ideale, almeno di quello che il soggetto in questione identifica tale.
    Il senso di colpa si delinea come uno scarto da una norma, alligna proprio lì dove c’è lo scarto, è una sorta di vuoto di non partecipazione in concreto, presupponendo una assenza. Dal partecipare, dall’essere uno scarto di essere. Scarto nel senso di non allineamento, di non partecipazione, estraneità, essere inteso come moto da luogo, fuori da qualcosa. Il senso di colpa consiste quindi in una certa mancanza di pienezza dell’essere, quasi in termini geografico-qualitativi, definibile in termini di scarto-mancanza, poiché manca la scadenza dell’essere: mancato appuntamento dell’essere a se stesso, alla sua compiutezza, l’essere non si compie. L’inerzia, lo scarto, lo stato inerziale bloccano, raggelano; raggelamento, congelamento, stati ricorrenti anche nell’opera di Pirandello: quando l’essere guarda se stesso c’è una forma di paralisi, finanche alla paralisi del guardarsi famosi in Quando si è qualcuno (2000), si raggela, si blocca anche nel senso meccanico del termine. Sorta di paralisi quasi psicomotoria, in senso metaforico, in senso fisico anche: l’essere sentendosi in colpa immobilizza le sue funzioni e si sente inadeguato anche a compierle.
    Quindi senso di colpa come sguardo, sempre e comunque, e immobilità al tempo stesso.

    …dovunque mi fossi trovata, sul ponte di una nave o in un caffè di Parigi o a Bangkok, sarei stata sotto la stessa campana di vetro, a respirare la mia stessa aria mefitica. (Plath, 2004, p. 427) 

    Di Prometeo si riferiscono quattro leggende…Secondo la seconda Prometeo per il dolore dei colpi di becco si addossò sempre più alla roccia fino a diventare una sola cosa con essa. (Kafka, 1995, p. 279)

    Viene prima lo sguardo o il bloccarsi? Si presuppone la contemporaneità, con la persistenza dello sguardo come funzione corporea ed extracorporea che rimane in atto. Il senso di colpa diventa un urlo congelato, sorta di urlo di Munch, una ribellione all’essere quello che si è e non voler esserlo, tale da impedire l’emissione di suono. Sorta di rifiuto anche della propria comunicatività, in quanto radicale rifiuto del proprio essere. Rende muti, nella sua assolutezza il senso di colpa è una paralisi totale, non parziale o contingente. È una assoluta immersione nel nulla: rifiutando quello che si è non si esiste più.
    Ma proprio perché presuppone un io che lo prova, si viene a creare un cortocircuito: tutto è paralizzato, fuorché lo sguardo che rimane l’unico aspetto vivo. Immobilizzazione totale con i soli occhi che si muovono, ma permanere di quell’invisibile ingombro che spesso trascolora nella fin troppo evidente visibilità. Restò l’inspiegabile montagna rocciosa. (Kafka, 1995, p. 279).
    Il dramma fosco la mancanza di remissione, sentirsi in colpa per quello che si è: se si pensa al suicidio, persino il suicidio come uscita dal senso di colpa si pone fuori dalla paralisi. Azione, atto, non può essere una o la via d’uscita. Il congelamento è talmente radicato nel proprio modo di essere, che nemmeno il suicidio può far uscire. Non si interrompe, permane la dimensione di pura fisicità, pura materia, pura pietra, entro uno stato di consapevolezza.

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