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    Sweet Home Chicago e altre culle musicali a stelle e strisce di Livio Santoro
    chicagochicago
     

    C’è tutta una questione di spazi urbani che vi sottende, un’amministrazione fisica del quotidiano, si potrebbe a questo punto sostenere. È così che le basi cadenzate dell’East coast style ricordano quell’immagine notturna dei fari di un’auto mentre illuminano la striscia bianca intermittente al centro di una strada. Giovani inviperiti alle prese con il conteggio delle proprie cicatrici, nella affannosa ricerca del proprio spazio, in una rivendicazione opaca e fraintendibile perché satura di rancore.
    Nel frattempo a Detroit, e sono ancora gli anni Ottanta, la scansione dei ritmi della fabbrica impone uno stile fatto di un costante tambureggiare dove è il tempo quotidiano, e non lo spazio come per l’hip hop, a dettare tendenzialmente le linee musicali e le battute del loop di un genere incentrato sulle note della ciclica produzione industriale, della catena di montaggio, in un gioco di automatismi e movimenti regolari e standardizzati come quelli che scandiscono la vita degli operai della General Motors.
    Il tempo ed il disagio per la techno, lo spazio ed il rancore per l’hip hop. E il rancore, quasi a dire che la musica spesso nasce dal malessere, è lo stesso sentimento che sottende al grunge ed ai suoi graffianti e per nulla raffinati suoni. Seattle ha fatto scuola, ha proposto alle generazioni americane degli anni Novanta una solida alternativa all’heavy metal ed alle sue varianti dalla matrice squisitamente europea. Il grunge è un genere che comunemente, perché indiscutibilmente, si incarna nella figura di Kurt Cobain, un dannato della musica come lo è stato Jim Morrison, ma forse un dannato un tantino più svogliato e pigro. Tanto svogliato da essere sopraffatto dalla sua rabbia, nella rapida e mediatica esplosione dei proiettili del suo fucile.
    Tuttavia, ovviamente, dato che nulla va perduto, tutto questo sopravvive ancora. Sopravvive nelle gang di New York che scelgono il loro colore e gesticolano la loro difficoltà nella comunicazione. Sopravvive nei club cittadini dove il jazz è diventato una cosa per ricchi ed acculturati wasp con la pipa tra le labbra ed il cappello di feltro. Sopravvive nei calzoni bassi che raccolgono l’acqua piovana tra i gruppetti di timidi ragazzini dai capelli lunghi. Ma fortunatamente, per quanto è concesso, si è in grado di ritrovare una tradizione che si rigenera, e che, come una famelica bestia affamata di spazio, invade altri luoghi, li contamina e li colonizza trasportando con sé il fertile lavoro delle cose passate. Così alle vecchie città si sostituiscono altre e nuove patrie musicali.

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