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    Sun Ra, il signore degli anelli di Saturno di Beatrice Ferrara


    L’affermazione “I’m not human” acquista maggiore potenza spiazzante se letta sullo sfondo dei movimenti per l’empowerment dei neri americani, caratterizzati dalla volontà di opporre alla cultura bianca, nella quale il nero era designato come sub-umano, l’umanità del popolo nero. Necessaria per questa rivendicazione era la costruzione di una logica identitaria come base ideologica per la possibilità del cambiamento politico. Nel corpo del movimento per i diritti civili e del Black Power, la rilettura che Sun Ra dava del concetto di alienazione si poneva invece come linea di dissonanza e allo stesso tempo come una linea di costruzione, che attraversava e accelerava il movimento del corpo stesso. “I’m not human”, allora, è una trasformazione(in)corporea: un’affermazione che innesca un divenire, dentro e fuori dal corpo.
    Nel film di John Coney del 1974 Space is the Place, Sun Ra si materializza improvvisamente fra i giovani militanti del Black Power di un piccolo centro sociale giovanile di Oakland. 

    I ragazzi si fanno beffe dei suoi sgargianti abiti spaziali alla egiziana e delle sue scarpe zeppate, così come della sua chiamata ad imbarcarsi per un viaggio intergalattico; alla fine gli chiedono “Are you for real?”. La risposta di Sun Ra è suggestiva: “I’m not real. I’m just like you. You don’t exist in this society. If you did, your people wouldn’t be seeking equal rights… So we’re both myths. I do not come to you as reality; I come to you as the myth. Because that’s what black people are: myths”4 .

    sunraTrack 03. Tone Scientists. Per Sun Ra la cultura nera non è il punto di arrivo di una ricerca volta all’indietro, verso le origini, to dig and get to the root; è piuttosto il punto di partenza per un’ulteriore rielaborazione, che procede attraverso un uso straordinario della tecnologia come mezzo d’invenzione.
    Quella di Sun Ra è una produzione artistica che presenta un’idea complessa dell’identità nera, mettendo in relazione materiali fantascientifici, mezzi tecnologici ed elementi storici delle culture di deriva(zione) africana per esplorare e mappare uno spazio di esistenza del nero che è ancora e sempre a venire. La sua musica è aliena, perché non parla della strada, né la riproduce, ma si apre alla creazione; ed è diasporica, perché raccoglie la molteplicità, tanto quanto il continuum della cultura nera. Quando Sun Ra dice space non parla di uno spazio vuoto al di sopra delle nostre teste, ma di uno spazio pieno in cui noi ci muoviamo; space is the place, ovvero il luogo mobile in cui materiali, corpi, discorsi e affetti si articolano gli uni con gli altri.
    Sun Ra amava giocare con le parole, e spesso ne usava i suoni per veicolare la sua filosofia tra passato e futuro: “Darwin didn’t have the complete picture… I’ve been talking about evolution, too, but I’m spelling it e-v-e-r”5 .Un’evoluzione che, così, non procede seguendo linee di progresso, ma attraverso incessanti concatenamenti, allacciamenti e slacciamenti, pieghe, loops, senza fine…
    L’interesse per le prime strumentazioni elettroniche, come il Solovox, i primi sintetizzatori, come il Moog, i primi apparecchi di registrazione paper-backed, come l’Ampex, e le pulsazioni elettriche della città, può procedere così di pari passo con lo studio della religione egiziana, del Book of the Dead, della Cabbala, con le riletture della Bibbia. 

    Track 04. Finding the Universe in a Grain of Sound. Nella musica di Sun Ra continuamente si costruiscono assemblaggi: la cultura, bianca e nera, è continuamente tradotta (trasportata). È dinamismo. Come le storie sono assenti e presenti nella memoria, così i frammenti culturali sono assenti e presenti nell’evento sonoro. L’evento sonoro, a sua volta, è la pratica stessa attraverso cui si generano e si sfaldano, continuamente, nuove soggettività.
    Chiudendo l’introduzione a The Black Atlantic, il critico britannico Paul Gilroy invita ad ascoltare proprio la musica per sentire la diaspora6 . Centrando il suo scritto intorno alla nave come tecnologia in movimento, Gilroy presenta l’Atlantico nero come una rete transnazionale che non si sviluppa secondo la forma di una radice, ma in maniera rizomatica. L’enfasi è sugli spazi creativi in cui la modernità è tanto vissuta quanto resistita.

    sindrome

      [1] (2) [3]
     

    4. “Sei reale?”.
    “Non sono reale.
    Sono proprio come voi.
    Voi non esistete
    in questa società.
    Se voi esisteste, la vostra gente non starebbe lottando per la parità di diritti…
    Perciò, sia io che voi,
    siamo miti. Io non vengo
    da voi in veste di ‘essere reale’; vengo presso
    di voi come
    mito. Perché
    ecco cosa sono i neri: miti
    ”.
    Da Space is the Place,
    regia di John Coney, 1974.
    5. “C’è qualcosa
    che a Darwin è sfuggito…
    Anch’io sto sto parlando
    di evoluzione, ma la mia è una evoluzione-senza-soluzione: infinita
    ”. Sun Ra, citato
    in John F. Szwed, Space
    is the Place. The Lives
    and Times of Sun Ra
    ,
    Da Capo, Cambridge MA,
    [1997] 1998, p. 7.
    6. Paul Gilroy,
    The Black Atlantic.
    L’identità nera tra modernità
    e doppia coscienza
    ,
    Meltemi, Roma, 2003;
    tr. it. di Miguel Mellino.
     
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