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  • [ c o n v e r s a z i o n i ]
    Donald Robinson tra fisicità e linguaggio di Erika Dagnino

    Suonando, dovendo porre se stesso e le parti del corpo su tutte le diverse parti dello strumento, può accadere al batterista di sentirsi suddiviso in diversi frammenti corporei, separati dal resto del corpo nella sua interezza ma pur mantenendo ciascun frammento una propria autonomia?
    Allo stesso tempo come può il batterista ritrovare una sua ‘riassunzione globale’?

    Domanda interessante. Tutti i batteristi praticano un qualcosa chiamato ‘indipendenza’: il batterista lavora nella creazione di diversi pattern con diversi arti. Egli pratica questo mentre il suo corpo rimane centrato.
    Può poi eseguire le diverse combinazioni ritmiche e improvvisare delle variazioni su di essi. Il batterista suona meglio se tiene presente il punto di inizio, l’origine del pattern o dell’idea.
    Spesso le improvvisazioni stesse devono essere sezionate in segmenti precedentemente provati.
    La questione principale è: dove, quando e perché si usano certi modelli, idee o improvvisazioni. Per me, tutto questo è parte di ciò che rende interessante suonare la batteria.

    Diverse parti del corpo, diversi segmenti, e la voce? Qual è per il batterista la relazione con la voce, il respiro, le vibrazioni della bocca, delle labbra?
    Tutti noi dobbiamo respirare mentre viviamo e suoniamo. Qualche volta facciamo qualcosa che ci fa trattenere il respiro mentre siamo sulla scena. Non che sia una cosa buona da fare tecnicamente. Talvolta possiamo anche cantare la canzone che stiamo suonando o cantare i temi di base su cui un altro sta improvvisando, nel mentre improvvisiamo noi stessi. Per i batteristi ci sono due mondi: il mondo del ritmo e della percussione, e il mondo di quanto si verifica manifestandosi melodicamente.
    Ciò che facciamo è applicare il ritmo alla melodia…l’idea è che percepiamo che c’è una componente ritmica in ogni melodia o almeno una sua componente percussiva. Viviamo in un mondo che comprende sia il ritmo sia la melodia. Ci concentriamo soprattutto sulla realtà percussiva.

    Quindi il batterista si percepisce come un corpo unico? 
    Direi di sì, che il batterista percepisce davvero se stesso come un unico corpo, ma non è diverso dagli altri strumenti di un ensemble o di un’orchestra, corpi unici nel suono, timbro e funzione.

    donald robinson
    foto di Mattew Campbell
     
    Suonando la batteria si verifica un continuo e persino simultaneo passaggio da un tipo di suono all’altro, tra diversi tipi di suoni piuttosto che un suono univoco. Diversi tipi di percussioni ma anche diverse aree di percussione, in una relazione continua tra materiali-emozione-percezione
    -trasmissione-emissione del suono-espressività e tutto questo all’interno di uno spazio sonoro, d’ascolto…

    Ci sono diversi tipi di percussioni. I piatti, i tamburi, i timpani e altri che, tecnicamente, sono considerati strumenti a percussione: pianoforte, chitarra, basso, marimba, xilofono. Sono tutti di diverso materiale e si pongono in una diversa relazione tra materia-suono-emozione-emissione-espressività. Alcuni di essi hanno una capacità melodica molto diretta, tuttavia sono considerati strumenti a percussione. Questo per dire che i diversi suoni nelle percussioni sono molto aperti, e che le idee di cosa un percussionista può fare possono qualche volta essere illimitate. Alcuni strumenti a percussione hanno i loro limiti, ma con abilità possiamo orientare gli ascoltatori verso una direzione che permette loro di sentire e intuire ulteriori strumenti e melodie. Ci sono molti movimenti davvero interessanti nel suonare la batteria che permettono al batterista di usarla in modo non convenzionale utilizzando diverse bacchette, campane, elettronica, i fianchi del tamburo, piatti dal suono inaspettato, eccetera. Milford Graves e Gino Robair, tra gli altri, sono batteristi che hanno speso molto tempo in questo tipo di sperimentazioni...

    donald robinson
    Traduzione dell’autrice con la collaborazione di Marco Bertoli [1] [2] (3)
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