• sommario no.16
  • navigator bussole
  • space
  • orientamenti
  • space
  • bussole
  • space
  • mappe
  • space
  • letture
  • cpace
  • bussole
  • space
  • visioni
  •  
    Luis Chiozza, contributi allo stanamento del nostro inumano quotidiano di Catello Parmentola


    chiozzachiozza


     
    Sono le cose della vita, gli oggetti su ogni tavolo, perché tutti amiamo e (in qualche modo) tradiamo, ci ammaliamo e (in qualche modo) guariamo, abbiamo nostalgie e desideri (una Nostalgia o un Desiderio), cose che ricordiamo e cose che dimentichiamo (per lo più le dis-posizioni biologiche precedenti –vedi ne La separazione dai figli, a pagina 65).
    Le cose delle vita è più semplicemente recensibile riflettendone la struttura generale, poiché sarebbe arduo e lungo rifletterne ogni sottordine, ogni cosa della vita, come pure il testo meriterebbe.
    E, d’altronde, riflettere solo qualcuna di queste cose potrebbe creare un disequilibrio recensivo tra ordini e sottordini. Però va detto almeno che i capitoli 6 (La malattia e il dramma), 7 (La morte che fa parte della vita), ed 8 (Il malinteso) sono il vero cuore “tecnico” del volume. Questi capitoli costituiscono autentici strumenti di lavoro per ogni psichista, ne orientano l’inclinazione dello sguardo. Il capitolo 6 chiarisce, una volta di più, come la psicosomatica non può che fare riferimento ad una teoria psicodinamica della personalità. Nel capitolo 7 risuonano tutti i precedenti studi sul costo dell’elusione (e del fraintendimento) della Morte, nel Mondo e nella clinica. Il capitolo 8 ribadisce la misura in cui, nella vita e nella clinica, quasi tutto è questione di Linguaggio e di Filtri Personali (occhiali indossati). Il capitolo successivo (9, Il cammino di ritorno alla salute) sta alla terapia come i precedenti alla malattia; l’undicesimo (Il recupero della voglia) è tutto di taglio psicosomatologico e regala straordinarie, utilissime “suggestioni” a questi tipi di “addetti” ai lavori. Dicevamo che Chiozza è troppo laico per qualunque finalistica prescrizione di istruzioni per la vita. Questa affermazione può sembrare contraddittoria, almeno con riferimento all’ultimo capitolo, il quattordicesimo, titolato Sui modi buoni e cattivi di vivere la vita. In effetti si tratterrebbe addirittura di un Decalogo, Il decalogo del marinaio, ma si tratta solo delle pagine ultime, si tratta solo delle ultime 13 pagine (su 300), e scaturiscono in modo così naturale dalle precedenti da essere quasi una sorta di loro implicito, “esplicato” solo per esigenze di “scaletta” ed equilibri di “sceneggiatura”. Il “tono termico” che le sottende, ed il linguaggio, ci confermano ancora una volta che Chiozza è sempre nella quota processuale della relazione, quasi inevitabilmente. Non riesce ad abitare altro che questa, anche quando si cimenta con decaloghi del buon vivere. La prova provata di quello che dico è nel suo pudore, nel suo pregiudiziale cercare di prendere le distanze dalla quota formale e da ogni prescrittività finalistica, nel suo quasi scusarsi con il lettore per una fraintendibile “magniloquenza” in tal senso. Per dirlo con le sue parole, a proposito del Decalogo, la difficoltà sta nel fatto che in un decalogo è molto difficile evitare che il discorso, piegandosi continuamente verso il dovere, assuma in modo indesiderato quel tono “magniloquente” e quella semplificazione dell’etica propri delle massime da calendario. Spero che il lettore possa andare al di là dell’aliquota di questo difetto che non ho potuto evitare e che approfitti di questo decalogo che è nato alcuni anni fa con la forma vivace di un piacevole gioco. 
    Questa raccomandazione è un eccesso di scrupolo. Chi conosce Chiozza (noi che abbiamo “viaggiato” con lui…) non potrà mai fraintenderlo. Richard Weizsacker ha scritto che ogni caso clinico è da interpretare come la storia di una vita, tradurre il linguaggio della malattia nel linguaggio della biografia, ed ha sperato che ricercatori più giovani portassero a termine questo compito.
    Chiozza è tra i più grandi tra quelli che ci hanno provato, ci ha insegnato che non bisogna mai tradire il livello narrativo, che bisogna riuscire a simbolizzare la sofferenza, a trovare un’immagine intorno a cui narrare il senso dell’esistenza. 
    L’anamnesi non è forse, il tracciato di una vita? Questo non si avvicina al processo creativo della narrativa?
    Nella malattia può manifestarsi l’essenza dell’uomo, la personalità e la sua umanità tutta intera. Avvicinandosi ai processi narrativi, si può meglio ricostruire la realtà: solo la narrazione, non separando l’umanità dalla realtà, rende questa ultima finalmente leggibile.

      [1] (2)
     
space<    sfoglia    |    sommario    |    orientamenti    |    bussole    |    mappe    |    letture    |    ascolti    |    visioni    |    sfoglia   >