OMBRE FLUTTUANTI E DISSOLVENZESPETTRALI NEL SOGNO D’INNOCENZA DI UN CRAP ARTIST di Linda De Feo | ||
![]() Si stacome d’autunno sugli alberi le foglie Giuseppe Ungaretti L’ influsso potente di Philip K. Dick sull’immaginario contemporaneo si
estende ben oltre i soggetti forniti per la realizzazione dei numerosi
film tratti dalle sue opere. Le ipotetiche visioni, “as if” views,
o lucide profezie dickiane, riversandosi dalla finzione narrativa ai
processi reali, hanno nutrito una produzione cinematografica stagliata
sugli orizzonti del connubio simbiotico tra l’uomo e la tecnologia,
dell’inserimento del corpo umano nel panorama mediatico, della
dissolvenza del naturale nell’artificiale e della dissoluzione del
reale consuetamente esperito nelle illusorie immagini offerte dai mezzi
di comunicazione.Nel bisogno di penetrare nei meandri della coscienza, non rimanendone tuttavia prigioniera, nell’ansia irrisolta di fissare i tratti della Storia, nonostante la sua perenne instabilità, e nell’assiduo e pensoso scrutare l’uomo e il suo crearsi, la narrativa dickiana non soltanto rispecchia in maniera critica la realtà sociale, in particolare rivolgendo un’attenzione morbosamente dubbiosa al progresso, ma raccoglie il flusso informe del magma vitale, traducendosi in una teoria dell’esistenza che posa lo sguardo sulle tensioni dell’agire, sulla permanente corruttibilità della materia e sul katastrophikòn in cui si contrae il tempo ingordo e predatore. L’indagine dickiana sonda le profondità, spesso sconosciute, dell’inner space (Fattori, 1995, p. 52), scosso da radicate paure e nebulosi desideri, istintuali pulsioni di un’umanità che, attrezzandosi con la tecnologia, progredisce per sconfiggere la propria debolezza, ricolonizza il vissuto per affermare la propria forza, si trasforma molecolarmente e sussume quantitativi sempre più massicci di informazione nel sé concreto della carne, per imprimere un ritmo prolungato al ciclo biologico, per comprenderne e controllarne le scansioni. I
protagonisti dickiani, sradicati dalla dimensione spazio-temporale che
segna la realtà ordinariamente percepita, appaiono come tirati da fili
che tendono a spezzarsi quanto più sembra di aver colto la vita in un
punto preciso, di averne carpito il fine, sia pure caduco, il senso,
sia pure effimero, la destinazione, sia pure transitoria. La marionetta
di Dick non è più solo destinata a svolgere la funzione di last man in Europe, come accade nell’opera orwelliana (Panella, p. 55), ma trascende al drammatico ruolo di cosmic puppet.
Non è data infatti alla conoscenza umana la possibilità di afferrare lo
sfuggente reale, mentre lo scenario rimane invariabilmente quello del tempo fuori luogo degli infiniti multiversi, dell’oscuro scrutare che illude e tradisce, del labirinto di morte che intrappola e soffoca e dell’artista di scarti, che, in questa dimora terrena, non può far altro che
conservare e attendere: “la realtà, per me, non si percepisce, si crea.
La si crea più di quanto lei crei noi. L’uomo è la realtà che Dio ha
creato dalla polvere; Dio è la realtà che l’uomo ricrea continuamente
per mezzo delle proprie passioni e della propria determinazione. Il
‘Bene’, per esempio, non è una qualità o addirittura una forza che stia
dentro o sopra il mondo, bensì ciò che si riesce a fare con le schegge
e i frammenti insensati, inquietanti, deludenti, crudeli e persino
letali che ci circondano e ci appaiono come pezzi dimenticati,
scartati, di un mondo completamente diverso che, forse, aveva un senso”
(L’androide e l’umano, in Mutazioni, p. 246). | ||
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