Docente universitario di Letteratura inglese all’Università degli Studi di Bari Aldo Moro, contrabbassista e bassista, performer e improvvisatore, membro di diverse formazioni tra le quali Frequency Disasters e The Dinner Party, autore di oltre venti album, e al contempo saggista con uno sguardo particolare rivolto alla popular music, Pierpaolo Martino torna a occuparsi in Scritti dal basso. Dieci bassisti tra jazz e letteratura del legame esistente tra musica e testi letterari, già affrontato in Mark the Music (2012), studio nel quale evidenziava come sin dall’antichità lingua e musica fossero considerati in stretta connessione tra loro e come la parola, così come la musica, definissero una comunicazione all’interno della quale ogni singolo frammento, sillaba o suono non sono elementi propri bensì “dell’altro”. Scrittura letteraria e scrittura musicale attivano pertanto dei processi non poi così distanti tra loro, aventi come comune denominatore l’urgenza del “dire” dove è lo stesso essere umano a essere espresso. “È come se l’ascoltatore e il lettore si mettessero in comunicazione con uno stesso-altro partecipando a un dialogo fatto di meraviglia, stupore, interrogazione”, scrive Martino. Scritti dal basso si apre con un focus su uno dei maestri del contrabbasso nonché uno dei più grandi compositori jazz del Novecento, Charles Mingus, che nella sua autobiografia Peggio di un bastardo mostra le debolezze del suo vivere “in basso” dove lo strumento funge da arma di emancipazione da una dimensione fatta di razzismo e mille difficoltà. Mingus pertanto come molteplicità, come scrittore e al tempo stesso scrittura, come musica e immagine.

Un ampio spazio viene poi destinato a un excursus, sugli studi culturali orientati alla dialettica musica-letteratura, disciplina emergente nella metà del secolo scorso, grazie a studiosi come Calvin Brown e Steven Paul Scher, passando dalla semiotica e alla linguistica da Charles Sanders Peirce a Michail Bachtin. Ma ciò che lo stesso Martino vuole evidenziare nella sua opera è proprio “il senso di ogni bassista, come di ogni musicista, inteso proprio nell’altrove, nell’intendere la vita stessa come scrittura e nel nutrire la propria arte – al di là di tecnicismi e virtuosismi fini a sé stessi – di suggestioni che vengono da lontano, molto spesso proprio dalla letteratura”. Diversi sono stati i testi letterari che hanno posto al centro della loro narrazione la musica, a tal proposito, Martino menziona il racconto di Anton Cechov del 1886 Romanzo con contrabbasso fino a giungere all’amatissima Virginia Woolf, decisamente la più musicale delle scrittrici inglesi. In un passo del decimo capitolo della prima sezione intitolata La finestra del suo celebre romanzo Gita al faro, la Woolf traccia dei percorsi alternativi rispetto all’apparente linearità del testo e che ci permette di interpretare il romanzo in una sorta di performance musicale che coinvolge piano, contrabbasso e violino, ossia rispettivamente i coniugi Ramsay e Lily Briscoe. Ecco quindi che se la Signora Ramsay può identificarsi con le funzioni armoniche di un pianoforte, l’ostinato e severo Signor Ramsay ben si personifica nel suono cupo e tetro del contrabbasso, in una dialettica solo apparentemente contrastante. Martino si concentra poi su altri autori che hanno posto al centro il contrabbasso, come Patrick Süskind nel suo monologo, Il contrabbasso, o John Fuller nei versi di Concerto for Double Bass, l’analisi di Riccardo Crotti in Il contrabbasso fino alle parole di Linton Kwesi Johnson nel quale il basso diventa un potente strumento per far fronte al razzismo che a cavallo tra anni Settanta e Ottanta definiva l’identità nazionale inglese. Ciò che emerge sin dalle prime pagine, è che l’invito dell’autore sia rivolto non solo al rapporto esistente tra musica e letteratura, ma anche a quello che intercorre tra il basso (elettrico) e contrabbasso, teso al superamento di generi e forme diverse, “in una sorta di vibrazione continua nella differenza, musica classica, jazz, avant, dub e postpunk”.
Charlie Mingus (Archivio Musica Jazz).
Due strumenti quindi diversi ma necessariamente complementari. In fin dei conti come sostiene Kermit Driscoll (fido bassista di Bill Frisell per anni) il basso elettrico nel post-punk ma anche nel post-rock rimanda per molti versi al mondo chitarristico, come emerge in artisti come Doug Mccomb (Tortoise) o Dominic Aitchison (Mogwai) dove predominanti sono gli arpeggi bassistici e l’uso della melodia. D’altronde sono numerose le figure iconiche predominanti in ambito rock, basti pensare a Paul McCartney, Jack Bruce, John Enthwistle fino ad arrivare in ambito femminile a nomi quali la straordinaria Tina Weynmouth dei Talking Heads ma anche Kim Gordon, bassista e fondatrice della band newyorkese dei Sonic Youth capace di ridisegnare attraverso saturazioni di ogni tipo il sound del suo Gibson Thunderbird. È inoltre opportuno sottolineare come non solo nel basso, ma anche nel contrabbasso contemporaneo e nel jazz sono tantissime le figure femminili emerse negli ultimi due decenni, da Esperanza Spalding a Linda Oh, o più indietro nel tempo la formidabile improvvisatrice francese Joelle Léandre di cui Martino ricorda Taxi (1982) ibrido tra composizione per contrabbasso e pièce teatrale. Dopo aver affrontato nella parte introduttiva il rapporto tra il linguaggio musicale e letterario su un piano più teorico, nella seconda parte Martino si sofferma su dieci bassisti (in realtà dodici per via dei due inclusi nella sezione in coda) maggiormente rappresentativi per la sua attività artistica e di ricercatore che ha avuto modo di incontrare personalmente, scelti non solo per valenza artistica ma anche e soprattutto per il loro rapporto con la letteratura, con il basso inteso sempre e necessariamente in senso dialogico.
Jaco Pastorius – Photo by © Tom Copi (promo photo).
Ci soffermeremo su alcuni di loro, a partire da Jaco Pastorius, bassista eccelso nato nel 1951, proprio nell’anno della commercializzazione del primo basso Fender, e morto a Miami a soli trentacinque anni il 21 settembre 1987. Una vita vissuta sempre al limite, fuori ogni schema, si contraddistinse per il suo approccio rivoluzionario allo strumento, per l’uso del muting, una tecnica caratterizzata dalla scansione in sedicesimi tipica dello stile funk, ma soprattutto per l’utilizzo del basso fretless e per la sua presenza scenica teatrale. Dal debutto avvenuto nel 1976, numerose furono le sue collaborazioni, da Pat Metheny e Paul Bley, fino all’ingresso nella formazione dei Weather Report e alla partecipazione all’album Mingus di Joni Mitchell nel 1979. Martino però va oltre l’aspetto musicale, analizza, scopre, svela gli aspetti più nascosti del musicista, riscontrando nel brano Portrait of Tracy (dal primo album a suo nome) ispirato all’amatissima moglie Tracy un riferimento alla poesia Roses and Rue di Oscar Wilde dedicato alla grande attrice Lilly Langtry ma anche a Ritratto di signora di Henry James, “in quanto per certi versi il futuro di incomprensioni e infelicità della coppia Jaco e Tracy può essere letto attraverso la complessa lente della scrittura jamesiana nel romanzo culto del 1881”.
Eberhard Weber © Jörg Becker / Cortesia ECM Records.
Fondamentale fu per Martino l’incontro con Eberhard Weber, nato a Stoccarda nel 1940, sulle prime grazie all’ascolto del disco Later that Evening (1982). Ciò che lo portò a considerarlo tra i maggiori contrabbassisti contemporanei del jazz europeo fu quella sua “straordinaria qualità narrativa, il suo sapere un po’ di cinema, un po’ di letteratura” oltre che per il “lirismo del basso di Weber, i cui soli, i cui temi dicevano un altro modo di intendere il basso, non solo l’accompagnamento, non solo il virtuosismo (Jaco) o l’invenzione ritmica (Driscoll) ma anche e soprattutto il canto, la melodia”. Weber strinse un prezioso sodalizio con l’etichetta ECM nel 1973, incarnandone appieno l’orientamento teso alla contaminazione più pura, fondendo così scrittura classica, jazz, minimalismo e sonorità elettroniche. Uno dei lavori più intensi della produzione di Weber è The Following Morning (1977), “un album complesso, introspettivo, dal sapore letterario che nella sua articolazione spazio-temporale sembra rimandare […] a romanzi di Virginia Woolf quali Gita al Faro e Le onde”. Un album fortemente narrativo caratterizzato da un’idea di tempo dilatato, fatto di silenzi, pause che ben rimandano alla scrittura di Virginia Woolf e anche in questo caso, al succitato Gita al Faro. Ed è infatti proprio nella composizione The Following Morning che “il dialogo tra pianoforte e contrabbasso sembra replicare le sofferte dinamiche del rapporto tra il Signore e la Signora Ramsay”.
Charlie Haden. Cortesia ECM Records.
Tocca poi a Charlie Haden, musicista aperto al dialogo, presenza costante nell’universo musicale dell’autore, modello musicale e di vita. Nato a Shenandoah nell’agosto 1937 da una famiglia di musicisti e scomparso l’11 luglio 2014, Haden entrò a far parte sul finire degli anni Cinquanta dello storico quartetto di Ornette Coleman che in seguito, raddoppiato, diede vita al celeberrimo Free Jazz (1960). A fine anni Sessanta fondò con la pianista Carla Bley la Liberation Music Orchestra, che includeva tra l’altro musicisti del calibro di Gato Barbieri, Dewey Redman, Don Cherry e Paul Motian. La sua carriera è davvero difficile da riassumere in poche righe per le sue tante pagine meravigliose, dal quartetto Old And New Dreams ai tanti duo. Qui conta segnalare che negli anni Ottanta diede vita al Quartet West e un disco del quartetto, In Angel City del 1988, venne incluso il brano ritenuto da Martino come probabilmente il più bello mai scritto da Haden: First Song (For Ruth). Dedicato alla compagna, musa ispiratrice e poi moglie Ruth, il brano delinea i tratti compositivi dell’autore caratterizzati da melodie semplici costruite quasi sempre su registri gravi, per concentrarsi sullo spessore e profondità grazie anche alle soluzioni timbriche come, per esempio, la scelta di suonare in acustico e all’uso infunzionale dell’arco e di un bordone, ossia di una corda grave vuota in de-tune.
Steve Swallow. Cortesia ECM Records.
Altro artista monumentale è Steve Swallow. Universitario a Yale, gli fu fatale l’incontro con il pianista Paul Bley con il quale formò lo storico trio assieme al clarinettista Jimmy Giuffre, realizzando tre dischi memorabili: Fusion, Thesis e Free Fall. Alla base della musica del trio vi era una improvvisazione totale, nel quale ben si evidenziava l’uso contrappuntistico del contrabbasso di Swallow. Dal 1969 fu letteralmente folgorato dal basso elettrico, lasciando definitivamente il contrabbasso, che suonava utilizzando il plettro per ottenere una timbrica e un fraseggio più lirico. Nel 1978 iniziò la feconda collaborazione con Carla Bley, diventata poi compagna di vita. Tra le favorite things di Swallow c’erano le poesie di Robert Creeley, considerato un modello di forma e struttura, ispiratore anche per le sue composizioni. Sin dagli anni Settanta, Swallow iniziò a lavorare ad alcuni adattamenti musicali delle sue poesie ricevendo già nel 1976 il National Endowment for the Arts per averle messe in musica. Ne scaturì un album pubblicato nel 1980, Home, a cui seguì, dopo la morte del poeta nel 2005, la pubblicazione di un altro progetto intitolato So There (2006) in cui la musica di Swallow risponde alle parole pronunciate, dallo stesso Creeley nell’agosto del 2001 in uno studio di New York, un lavoro capace di fondere armonicamente musica e versi. Sono ben diciotto le composizioni di Swallow eseguite magistralmente da un ensemble composto oltre che da Swallow e da Steve Khun al piano anche dal quartetto d’archi norvegese Cikada. Una perfetta sintesi di voce e musica, di sound malinconico e classicheggiante e jazz.
Dave Holland (promo photo).
Continuando nell’analisi dei bassisti presi in considerazione dall’autore, ampio spazio viene destinato a Dave Holland, nato a Wolverhampton, in Inghilterra nel 1946. Inutile soffermarsi sulla produzione di Holland e sulle prestigiose collaborazioni instaurate nel corso degli anni a cominciare da Kenny Wheeler, John Taylor, John Surman e soprattutto con Miles Davis per via delle memorabili le incisioni storiche In a Silent Way (1969) e Bitches Brew (1970) e Chick Corea (A.R.C., 1971) e quelle con Anthony Braxton. Ciò che colpisce di Holland è la sua capacità di considerare il contrabbasso non solo come strumento di accompagnamento ma come voce solista, inserendolo in ambito etnico e folk. Se il flamenco arabo e quello spagnolo saranno punti di arrivo del suo percorso artistico, quello del folklore inglese e di certa scrittura pastorale diventano fonte di ispirazione attraverso cui il suo bassismo diventa vera e propria scrittura letteraria. A tal proposito infatti, non possiamo dimenticare come la tradizione pastorale abbia un fortissimo impatto non solo sulla musica ma anche e soprattutto sulla letteratura inglese. Si pensi a Philip Sidney, William Shakespeare, Edmund Spenser Christopher Marlowe, sino ai più recenti Thomas Hardy e Tom Stoppard. In particolare, cita Martino, tra i romanzi di Hardy, ce n’è uno che coniuga in maniera diretta la dimensione pastorale con quella musicale, Sotto gli alberi, in cui l’autore dà corpo e voce alle vicende di un gruppo di musicisti facenti parte di un piccolo villaggio chiamato Mellstock. E come nel romanzo di Hardy, nell’album di Holland per solo contrabbasso intitolato Emerald Tears (1978) ritroviamo una molteplicità di voci di personaggi, di echi e di dissonanze.
Presi in esame anche l’inglese Barry Guy, il francese Bruno Chevillon e gli statunitensi Gary Peacock e Melvin Gibbs, dei quali vengono ripercorse tanto le vicende musicali quanto le relazioni con la letteratura (rispettivamente, in particolare, Samuel Beckett per Guy, Pier Paolo Pasolini per Chevillon, Paul Auster per Peacock e Kamau Brathwaite per Gibbs), un altro capitolo è dedicato a Mark Dresser, nato a Los Angeles il 26 settembre 1952, il suo “unico vero Maestro” come si esprime Martino senza mezzi termini. Cresciuto nel contesto multiculturale di Los Angeles, Dresser si è trovato sin da giovanissimo esposto a culture sonore provenienti non solo dal Messico e dall’America, ma da ogni angolo del mondo, del resto come nota il bassista “l’improvvisazione è una pratica comune a più culture” diventando così per lui un ponte tra visioni, scritture e universi differenti.
Mark Dresser (foto di Jim Carmody).
Innovatore instancabile, cruciale fu l’incontro con il Maestro Bertram Turetzky, da cui erediterà la visione di un contrabbasso come corpo sonoro al tempo stesso percussivo, melodico e armonico. Anche nel suo caso le collaborazioni nel corso della sua carriera sono numerosissime, da Anthony Braxton a John Zorn. Straordinario fu l’incontro con la scrittrice Yvonne Vera, nata nell’attuale Zimbabwe nel 1964 e scomparsa prematuramente nel 2005, una delle voci più significative del romanzo postcoloniale in lingua inglese. Temi centrali della sua scrittura saranno l’apartheid, la condizione femminile in Africa e il complesso processo di decolonizzazione ben espressi da uno stile denso e allusivo, Lo stesso Dresser nel booklet dell’album Guts, rivela come l’ultimo brano in scaletta, Ekoneni, sia stato dedicato proprio a Yvonne Vera ed è proprio nell’omaggio alla scrittrice che ben si evidenzia l’incredibile capacità di Dresser di tradurre il mondo di Yvonne nella geografia sonora del contrabbasso attraverso l’uso del ritmo ma anche della tonalità maggiore, conferendo così una sensazione di gioia, ponendosi come una vera e propria celebrazione della scrittura, ossia dell’arte, come salvifica e capace di creare mondi migliori.
Focus di coda, si è detto, su due straordinari bassisti, mai incontratisi in vita, accumunati però da vicende esistenziali parallele (entrambi moriranno prematuramente), che definiscono ognuno nel proprio mondo artistico una visione musicale irripetibile: Stefano Scodanibbio e l’indimenticabile Mick Karn, noto per essere il cofondatore dei Japan. Entrambi affascinati dalle possibilità musicali ed evocative della parola scritta e autori di due straordinari testi autobiografici, rappresentano una conclusione ideale del percorso appassionato e appassionante disegnato da Martino, teso a pensare la musica e la scrittura come a uno spazio senza confini all’interno del quale ciascun lettore può diventare assoluto protagonista di una storia del basso e dal basso in grado di mettere in rapporto fra loro, luoghi, suoni e parole.
- Mark Dresser, Ekonen in Guts, Kadima, 2010.
- Charlie Haden Quartet West, First Song (For Ruth) in Angel City, Verve, 1989.
- Dave Holland, Emerald Tears, ECM, 1996.
- Jaco Pastorius, Portrait of Tracy, in Jaco Pastorius, Epic/Legacy, 2000.
- Steve Swallow, Home. Music By Steve Swallow To Poems By Robert Creeley, ECM, 2019.
- Steve Swallow with Robert Creeley, So There, XtraWATT, 2006.
- Eberhard Weber, The Following Morning in The Following Morning, Ecm, 2019.
- Anton Cechov, Romanzo con contrabbasso, in Trittico cechoviano, Dalla Costa, Bergamo, 2006.
- Thomas Hardy, Sotto gli alberi, Fazi, Roma, 2018.
- Henry James, Ritratto di signora, BUR Rizzoli, Milano, 2024.
- Pierpaolo Martino, Mark the Music. The Language of Music in English Literature from Shakespeare to Salman Rushdie, Aracne Editrice, Roma, 2012.
- Charles Mingus, Peggio di un bastardo. L’autobiografia, Sur, Roma, 2015.
- Patrick Süskind, Il contrabbasso, Guanda, Parma, 1993.
- Oscar Wilde, Rose and Rue, trad, it. A L.L., in Tutte le opere, Newton Compton, Roma, 2011.
- Virginia Woolf, Al faro, Feltrinelli, Milano, 2014.
- Virginia Woolf, Le onde, Einaudi, Torino, 2014.

