Il 2 agosto del 1924 nacque ad Harlem uno degli intellettuali più importanti di tutta la cultura afroamericana. James Baldwin è stato il grande narratore della vita dei neri d’America e, come ha scritto il critico letterario Frederick Wilcox Dupee (gay, marxista, allievo di Henry James, contemporaneo di John Dos Passos, studioso di Charles Dickens e Lev Trotsky, morto nel 1979 per overdose),
“La sua scrittura non ha eguali perché, attraverso i suoi crudeli paradossi sulla vita del popolo nero, attraverso il suo rapporto con gli ebrei, attraverso le sue considerazioni sul fallimento dei cristiani, ci riporta ad una realtà «fastidiosa», una realtà che noi bianchi ogni giorno cerchiamo di dimenticare”
(Wilcox Dupee, 1984).
In un periodo storico come quello che stiamo vivendo, un momento in cui assistiamo a una sgradevole riaffermazione di alcuni stilemi razzisti che sembravano relegati a un passato abbondantemente dimenticato, la sua voce letteraria risulta quantomai attuale. James Baldwin era il maggiore di nove figli e la sua vita familiare non è stata per niente facile soprattutto per la sua inquietudine caratteriale che lo portava ad alternare violenti scontri domestici ad una tormentata attività di predicatore religioso. Quando decise di fare lo scrittore – era il periodo della Seconda Guerra Mondiale – si divise tra New York, la Francia (dove morì, a Saint Paul de Vance, nel 1987) e Istanbul. La sua figura è stata importante – e molto – per almeno quattro ragioni. Innanzitutto per la sua ricca produzione letteraria: ha scritto romanzi (Gridalo forte, La stanza di Giovanni, Un altro mondo, Dimmi da quando è partito il treno, Se la strada potesse parlare, Sulla mia testa), racconti (la raccolta Stamattina, stasera, troppo presto), saggi ( tanti, tra cui vanno citati, a nostro avviso, Mio padre doveva essere bellissimo, Nessuno sa il mio nome, La prossima volta, il fuoco, Il vero delitto è l’ignoranza, Congo Square), testi per teatro (The Amen Corner, Blues per l’uomo bianco), una sceneggiatura basata sull’Autobiografia di Malcolm X, poesie (le raccolte Jimmy’s Blues”, Baldwin For Our Times). Proprio da un suo saggio si è ispirato, come vedremo più avanti un album del Dark Days Quartet del contrabbassista britannico Neil Charles, Dark Days, appunto, come il titolo dello scritto di Baldwin.

Inoltre, dalle sue opere sono stati tratti tre film: Go Tell It On The Mountain (dal romanzo tradotto in italiano con il titolo Gridalo forte) nel 1984 per la regia di Stan Lathan, famoso per aver prodotto una serie televisiva sulla Def Jam, Al posto del cuore nel 1998 per la regia del francese Robert Guédiguian e il recente I Am Not Your Negro (lasciato con lo stesso titolo nell’edizione italiana) del 2016 per la regia di Raoul Peck, un bellissimo documentario con la voce narrante di Samuel L. Jackson basato su un suo manoscritto incompleto, Remember This House, in cui si parla delle vite e delle morti (avvenute per omicidio) di tre grandi leader della battaglia per la parità dei neri, Medgar Evers, Malcolm X e Martin Luther King.
“La storia è sempre stata raccontata dai vincitori” è stato ricordato da Raoul Peck in quella occasione “perché” come diceva lo stesso Baldwin “il mondo non è bianco, né lo è mai stato. Bianco è solo il colore del potere”. Un’altra delle ragioni per cui la figura di Baldwin è importante è sicuramente il suo essere stato uno dei primi a manifestare orgoglio per la sua duplice dimensione di emarginato. Era nero e gay, due condizioni oggi ammantate da un’aura di charme che facilita in molti casi l’inserimento in certi ambienti intellettuali. Ai suoi tempi era esattamente l’opposto. La capacità di penetrazione dei suoi scritti all’interno di un immaginario il cui messaggio è oggi molto sentito, è enorme, anche se, a mio avviso, sono due i libri la cui lettura va consigliata a chiunque voglia avvicinarsi alla profondità della sua poetica: Un altro mondo e La stanza di Giovanni entrambi fondamentali e per ragioni diverse. Un altro mondo è quello in cui vive Rufus, un batterista nero che osserva la sua città, New York, divisa in due, il mondo dei bianchi e il suo. Il sottofondo è il jazz che fa il paio con il ritmo della sua scrittura fortemente connessa con una musicalità che incontrava nell’idioma afroamericano la sua espressione migliore per aver compreso profondamente il contesto culturale e sociale in cui quell’idioma è nato e si è sviluppato. La stanza di Giovanni è intenso, ma meno coinvolto nelle tematiche razziali per la sua profonda introspezione: è la storia di David, un giovane americano che, lasciato solo dalla sua fidanzata diretta in Spagna per un viaggio, inizia una relazione omosessuale con Giovanni, un altrettanto giovane italiano conosciuto in un gay bar.

Baldwin è stato importanteanche per il suo tormentato rapporto con la religione e per il suo approccio pacifista per il quale, insieme alle sue posizioni apertamente a favore dell’omosessualità, è stato duramente attaccato dalla comunità nera di New York di quegli anni. Proprio per aver affrontato questo tema il leader delle Black Panthers, Eldridge Cleaver, lo accusò di “odio assoluto per i neri”. Baldwin gli rispose accentuando le sue posizioni contro le discriminazioni sessuali. Fu quindi un personaggio scomodo sia per i bianchi che per i neri anche se in seguito si è compreso che la portata del suo messaggio travalicava qualsiasi tipo di discriminazione testimoniando semplicemente un mondo che si stava evolvendo. In più l’influenza che la sua narrazione – intensa, sofferta, emotiva – ha avuto su alcuni scrittori che gli sono succeduti è stata enorme. Gente come Pier Vittorio Tondelli (il cui Camere separate è stato fortemente ispirato da La stanza di Giovanni), come David Leavitt (si ricorderà il suo Il linguaggio perduto delle gru, uno dei romanzi gay più belli da leggere) gli pagano un forte tributo. Ma è un modo di raccontare, il suo, che lo accomuna – fatte salve le diversità di trama – a molti grandi scrittori. Si pensi a John Fante e, per arrivare ai nostri giorni, a Ta-Nehisi Coates, l’intellettuale nero per antonomasia del nostro tempo il cui Tra me e il mondo (una lettera a suo figlio in cui si parla di razzismo) è un vero gioiello della letteratura moderna. In particolare ci soffermiamo qui sull’influenza che lo scrittore afroamericano ha avuto su Pier Vittorio Tondelli il compianto scrittore emiliano che per quelli di un’intera generazione ha avuto un impatto emotivo straordinario e per due motivi molto semplici. L’influenza della musica nel suo modo di narrare e, ancora più importante, l’idea di scrittura emotiva intesa come trascrizione del linguaggio reale e come ritmo del parlato quotidiano reso in pagina. In Un weekend postmoderno una raccolta della sua produzione saggistica e giornalistica si legge
“Quando lo lessi la prima volta, credo a ventidue anni, ebbi una folgorazione. Non tanto per la trama in sé, quanto per il vortice della scrittura di Baldwin, quel suo intrecciare i destini agri dei personaggi come se fossero note di una partitura musicale, quel suo descrivere continuamente i jazz-bar di Harlem, i ritrovi squallidi per diseredati e fuorilegge, le sue strade, le vie, gli appartamenti, gli improvvisi squarci di gioia, le scene d’amore e di sesso che si aprono violentemente nello spartito come tanti larghi e pianissimi, quel suo ricorrere continuamente alle parole dei blues, alle canzoni di Bessie Smith, Dinah Washington, Billie Holiday, James Pete Johnson per esprimere le motivazioni e gli stati d’animo e le sentimentalità dei personaggi”
(Tondelli, 2001).
A James Baldwin, uno degli intellettuali afroamericani più influenti del secolo scorso, uno che col jazz ha avuto molto a che fare, nel 2024 – l’anno del suo centenario – in Italia è stata organizzata una vera e propria maratona di tributi tra i quali è obbligatorio segnalare l’iniziativa della Fandango che, oltre a curare la riedizione di buona parte delle opere di James Baldwin, con Cento anni di amore e di lotta e con ben quaranta eventi dedicati a lui ha celebrato con grande eleganza e consapevolezza la nascita di questo grande scrittore. Ma tre sono i lavori che a nostro avviso, recentemente, hanno dato lustro alla sua grandezza: uno è letterario ed è un libro scritto dall’irlandese Colm Tòibìn (il cui Il mago, la sua biografia di Thomas Mann è stato recentemente acclamata dalla critica) intitolato On James Baldwin edito dalla University Of Chicago Press, gli altri due sono discografici.
Omaggi in musica 1: Meshell Ndegeocello
L’ultimo disco di Meshell Ndegeocello pubblicato ad agosto del 2024 dalla Blue Note intitolato No More Water: The Gospel Of James Baldwin, un lavoro molto importante per i suoi riferimenti letterari. Il titolo è preso in prestito da La prossima volta, il fuoco che comprende due saggi che esaminano il razzismo in America intorno al 1963 e tutto l’album, tematicamente, si muove come una processione in una chiesa nera: il battesimo, la testimonianza, l’adorazione/lode e, per ultimo, la resurrezione. Il brano di apertura, Travel, parla di un uomo che sta per uccidersi e il suicidio è un motivo ricorrente in gran parte dell’opera di Baldwin. Il disco è anche il modo attraverso il quale Meshell Ndegeocello, rappresentante del mondo LGBT che non ha mai fatto mistero della propria omosessualità, dopo quasi un decennio di lavoro iniziato nel 2016 con una esibizione all’Harlem Stage Gatehouse dedicata proprio a James Baldwin, ha deciso di utilizzare per celebrare la nascita di un vero e proprio punto di riferimento di tutta la cultura afroamericana.
Da ultimo No More Water: The Gospel Of James Baldwin è un odissea musicale profetica che trascende confini e generi in cui si cerca di approfondire temi come la razza, la sessualità, la religione, cari al grande scrittore, alla cui realizzazione hanno partecipato alcune delle menti più fervide e creative della scena statunitense moderna: il chitarrista Chris Bruce, qui coinvolto insieme aMeshell Ndegeocello nelle vesti di produttore, il cantante Justin Hicks, il sassofonista Josh Johnson (il produttore del precedente The Omnichord Real Book), il tastierista Jebin Bruni, il batterista Abe Rounds, la cantante Kenita-Miller-Hicks, il tastierista Jake Sherman, il pianista e tastierista Julius Rodriguez (uno dei nomi emergenti della scena di New York), il trombettista Paul Thompson. Alcuni testi sono tratti dall’opera di James Baldwin e sono declamati in versi dalla poetessa giamaicana Staceyann Chin (anch’essa, come Meshell, rappresentante del mondo LGBT) e dal critico e scrittore (vincitore del premio Pulitzer) Hilton Als.
Omaggi in musica 2: Neil Charles
L’altra testimonianza discografica, la più recente, è il succitato live pubblicato nel novembre scorso ma registrato a ottobre del 2024 (per la precisione il 4 ottobre) al Café OTO di Londra, uno dei templi europei della scena avant-garde e delle sue connessioni tra jazz e sperimentazione, in occasione del concerto di un quartetto formato da Cleveland Watkiss alla voce e ai loops elettronici, Pat Thomas al piano, Neil Charles al basso elettrico e Mark Sanders alla batteria e alle percussioni, il Dark Days Quartet. Il progetto di Charles prende come riferimento diretto il pamphlet scritto da Baldwin, intitolato appunto Dark Days. Il leader del quartetto, Neil Charles, ha selezionato frammenti di quel testo, di natura fortemente politica e sociale con riflessioni sull’identità, sul razzismo e sulla condizione dei neri negli Stati Uniti. Non si tratta di una lettura fedelmente recitata di Baldwin: qui le sue parole vengono distillate in frammenti a loro volta rielaborati in una dimensione musicale attraverso voce, loop e improvvisazione. I titoli dei brani – Why Do We Hate?, They Do Not See, Army, Treason, A Nation, Find A Way – riflettono le tematiche del suo pensiero.

Nel lavoro svolto da questo quartetto la voce dello scrittore viene scomposta e riassemblata tramite strumenti e voci e le sue parole diventano componenti di un linguaggio musicale ibrido che fonde scrittura, protesta, corpo sonoro e improvvisazione. La voce di Cleveland Watkiss non canta in senso tradizionale, ma parla, grida, sussurra in una sorta di canto/orazione in cui il contenuto semantico e l’intensità emozionale si mescolano senza possibilità di distinzione. Gli strumentisti fanno la loro parte e se il contrabbasso di Charles richiama a tratti la profondità e la densità di Charles Mingus, se il piano di Thomas evoca la tensione angolosa e nervosa di Thelonious Monk, è la batteria di Sanders, con la sua alternanza di swing, rumorismo e improvvisazione radicale, a caratterizzare in maniera indelebile la musica suonata e incisa fedelmente su questo disco. Il fatto che un musicista britannico decida, nel 2024, di mettere in musica James Baldwin significa riconoscere che le questioni trattate dallo scrittore – razzismo, alienazione, identità, giustizia, umanità negata – sono ancora tragicamente attuali. E non solo negli USA. In un momento storico di crisi globale, guerre, ingiustizie, migrazioni, discriminazioni – come segnalano anche le note di copertina dell’album – l’uso delle parole di Baldwin diventa un monito. Anche se – va detto – quelle parole non sempre risultano chiaramente intelleggibili forse perché l’intenzione è proprio quella di evocare un’atmosfera piuttosto che rendere il testo perfettamente comprensibile. Dark Days è un progetto di frontiera, non per tutti. Chi cerca melodie rassicuranti potrebbe restare disorientato. Ma per chi è interessato a intrecci profondi tra jazz, impegno sociale, diaspora, spiritualità e sperimentazione Dark Days è un’occasione preziosa di esplorazione e riflessione.
- James Baldwin, Mio padre doveva essere bellissimo, Rizzoli, Milano, 1964.
- James Baldwin, Blues per l’uomo bianco, Feltrinelli, Milano, 1965.
- James Baldwin, Il vero delitto è l’ignoranza, La Nuova Italia, Firenze 1967.
- James Baldwin, Sulla mia testa, Bompiani, Milano, 1979.
- James Baldwin, The Amen Corner, Vintage Books, Random House, New York, 1998.
- James Baldwin, Jimmy’s Blues, Beacon Press, Boston, 2014.
- James Baldwin, Baldwin For Our Times, Beacon Press, Boston, 2014.
- James Baldwin, Stamattina, stasera, troppo presto, Racconti, Roma, 2016.
- James Baldwin, Congo Square, Playground, Roma, 2017.
- James Baldwin, Un altro mondo, Fandango, Roma, 2019.
- James Baldwin, Gridalo forte, Fandango, Roma, 2024.
- James Baldwin, La stanza di Giovanni, Fandango, Roma, 2024.
- James Baldwin, Se la strada potesse parlare, Fandango, Roma, 2024.
- James Baldwin, Nessuno sa il mio nome, Fandango, Roma, 2024.
- James Baldwin, La prossima volta, il fuoco, Fandango, Roma, 2024.
- James Baldwin, Dimmi da quando è partito il treno, Fandango, Roma, 2025.
- Nehisi Coates, Tra me e il mondo, Codice Edizioni, Torino, 2018.
- Frederick Wilcox Dupee, The King of the Cats and Other Remarks on Writers and Writing, University of Chicago Press, 1984.
- David Leavitt, La lingua perduta delle gru, SEM, Milano, 2022.
- Colm Tòibìn, Il Mago, Einaudi, Torino, 2023.
- Colm Tòibìn, On James Baldwin University Of Chicago Press, 2024.
- Pier Vittorio Tondelli, Un weekend postmoderno, Bompiani, Milano, 2001.
- Pier Vittorio Tondelli, Camere separate, in Opere I, Bompiani, Milano, 2011.
- Robert Guédiguian, Al posto del cuore, Francia, 1998.
- Stan Lathan, Go Tell It on the Mountain, USA, 1985.
- Raoul Peck, I am not your negro, Feltrinelli/Real Cinema, Milano, 2017.



