“Certo, il soggetto potrà talvolta concedere a malincuore che ciò che è stato scritto su di lui non è poi così male, ma questo non significa che l’autore non sia un ladro. La polpa di granchio, rara, succulenta, estratta dal carapace, impacchettata, sigillata, refrigerata, gelosamente conservata, è simile alla fragile essenza di una persona, che il giornalista ruba per trasformarla in una sorta di disgustoso pasticcio di sua proprietà, mentre il soggetto dorme”
(Malcom, 2026).
Con una postfazione di Emmanuel Carrère, per cui “Janet Malcolm sfodera tutto il talento che possiede per dimostrare che la relazione fra autore di non-fiction e il suo protagonista è per natura disonesta”, ma con la consapevolezza che forse esista un margine d’azione, seppur traballante, che altro non è che la terra che calpesta l’autore stesso e la polvere che solleva al suo passaggio, Il giornalista e l’assassino è uno dei reportage più completi e sottili sul rapporto umanissimo tra preda e predatore, o giornalista e soggetto. Scritta nel 1990 e pubblicata per la prima volta in Italia da Adelphi, l’indagine della Malcolm tocca con efficacia i nervi scoperti che probabilmente il giornalismo non potrà mai nascondere.
“Sembra che alle persone succeda qualcosa, quando incontrano i giornalisti, ed è esattamente l’opposto di quello che ci si aspetterebbe. Si potrebbe pensare che la regola sia una grande cautela se non diffidenza, ma in realtà sono molto più comuni fiducia e irruenza infantili. A quanto pare, l’incontro con il giornalista ha sul soggetto un effetto regressivo, come quello con lo psicoanalista”
(Malcom, 2026).
In breve, tutto inizia nel 1970 quando il ventisettenne Jeffrey MacDonald viene sospettato di aver massacrato la moglie (incinta) e le due figlie in California. Dapprima incriminato, poi scagionato, nel 1979 viene riportato in tribunale. È allora che MacDonald si convince a confidarsi con il giornalista Joe McGinniss, dando vita a una corrispondenza da cui McGinniss trarrà un libro sul caso. MacDonald viene definitivamente condannato all’ergastolo (è tuttora in carcere) e scopre che McGinniss lo ha ingannato, ritraendolo come un mostro narcisista. A questo punto entra in scena Janet Malcom, a sua volta nota cronista del New Yorker che scrive questo reportage ripercorrendo il legame tra i due e riflettendo sull’agire di McGinniss.

Un giornalista e un assassino, dunque, ma anche un uomo senza scrupoli di fronte a un uomo tradito. Due ladri di vite, due bugiardi. Un gioco delle parti destinato a girare all’infinito su sé stesso, come un carillon la cui musica scandisca il timer di chi a suo turno è colpevole. Non sembra poi così importante, per la Malcolm, stabilire confini, quanto piuttosto osservare le parti danzare e soppesarne le mosse. Come spettri ingombranti, un omicida che vuole ripulirsi l’immagine e un giornalista che vuole a tutti i costi risalire le classifiche, i fantasmi non possono che fare il contrario di elevarsi, rispondendo a un bisogno quasi carnale di esistere, e così imponendo, di sé, solo la propria proiezione. Chi sia il più ingenuo non conta, allora, più di chi sia il più bisognoso. Perché quando un giornalista risponde a sé, e non alla storia, assume la forma di ingranaggio, o del materiale che l’ingranaggio stesso modella, divenendo trasparente tanto quanto l’immagine di chi gli cede la propria intimità.
“Eppure (i soggetti) continuano a rispondere di sì quando chiama un giornalista, e continuano a sorprendersi quando intravedono il luccichio del coltello”
(ibidem).
La Malcolm si insinua quindi con estrema lucidità nella crepa tra vittima e carnefice, soffermandosi sui momenti in cui le due orbite si sfiorano e si respingono. Se il giornalista sia un ladro, dipende forse dal tipo di fame a cui risponde, e se l’intervistato una preda non seguirà poi un bisogno molto distante. Quando due individui affamati però si incontrano, e giocano a darsi delle maschere, non può che delinearsi una scacchiera subdola e tagliente, una girandola che impazza appena si alza il vento.
“È davvero così grave? Certamente no. Quel che è grave è raccontare la scena senza dirlo. È ammantarsi del ruolo di testimone imparziale e costernato. È non essere consapevoli che quando si racconta una storia si diventa personaggi di quella storia, non meno fallibili degli altri”
(Carrère in Malcom, 2026).
Allo stesso tempo, però, cosa succede quando un giornalista rifiuta il ruolo di ricercatore, preferendo calarsi in quella di soggetto? Quello che la Malcolm chiama il vecchio gioco della Confessione, con cui i giornalisti guadagnano il pane e gli intervistati appagano il proprio masochismo, non è poi così definito. I ruoli, nonostante la vittima sia certo più ingenua, si ribaltano spesso. E in ciò che un giornalista sottrae all’intervistato, come in ciò che aggiunge e ricrea, è la sua penna che risalta, e in fondo i suoi bisogni personali. Si può leggere forse, in un saggio di non fiction, molto di più dell’autore che del malcapitato di turno, purché se ne percepisca il sotto testo e se ne colgano le tensioni. E quando l’intervistato, come in questo caso, cita in giudizio il proprio traditore, la legge ha pochi appigli su cui poggiarsi, ed è la vita dell’autore stesso ad essere passata al setaccio, in un gioco che pare ripetersi al contrario. Perché in fondo
“chi scrive la propria autobiografia si espone a un tradimento non meno profondo di quello cui si presta il soggetto di un testo scritto da altri”
(Malcom, 2026).
A partire quindi dal furto di una costosa lattina di polpa di granchio, il tema è molto più profondo: “la trasgressione al servizio della creatività, il furto come fondamento del fare” (ibidem). Per la Malcolm, a partire da un voyeurismo infantile irrisolto, è il bisogno prepotente di far parte di qualcosa, ma mantenendo la superiorità concessa dalla distanza, uno dei motori che da sempre spinge il giornalismo alla spettacolarizzazione. Quello che avviene a McGinniss, autore del saggio ritenuto diffamatorio, uomo perso o senza scrupoli, amico sincero o approfittatore, non è che un processo comunissimo visto per la prima volta sotto una gigantesca lente d’ingrandimento per via dell’unicità del soggetto intervistato. E il fulcro di questo libro non è che l’assoluta limpidezza con cui vengono a galla ragionamenti e desideri raramente visibili a chi è fuori dal mestiere, ma meccanismi spesso inconsci anche per chi lo è.
“L’ambiguità morale del giornalismo non sta nei testi ma nelle relazioni da cui nascono – relazioni che sono invariabilmente e senza possibilità di scampo sbilanciate”
(ibidem).
E allora dietro all’apparentemente semplice bisogno di narrare, da una parte, e di raccontare la propria storia, dall’altra, emerge la costellazione di moti economici, egoistici e idealistici alla base di ogni lavoro eticamente acerbo e immaturo. Ma affiora anche un rapporto viscerale e a suo modo romantico, nella misura in cui il terreno su cui si basa è quello dell’intimità rubata. E il soggetto, quindi, “vive nel terrore di risultare poco interessante, e molte cose strane che racconta ai giornalisti – con imprudenza quasi suicida – si devono al disperato bisogno di mantenere inchiodata l’attenzione. […] La loro storia è la storia di Sherezade, ma senza lieto fine. In nessun caso, o quasi, il soggetto riesce, per così dire, a salvarsi” (ibidem). Per il libro, come per l’arte, tutto è valido, sostiene McGinniss, e proprio sulla distinzione tra non- verità e bugie si gioca buona parte del processo: la società dell’ipocrisia, delineata lucidamente dalla Malcolm a partire da un meticolosissimo studio degli atti del tribunale, non è abituata a tener conto degli estremi, quanto della fallibilità umana, e farebbe di tutto pur di ristabilire un ordine. Se Macdonald è stato un assassino, è pur sempre un uomo; ed è l’implacabile cinismo di McGinniss a terrorizzare chi legge, la sua freddezza, più di un uomo su cui, con pacatissimo aspetto, pende una condanna per tre omicidi.
“Come abbiamo bisogno di essere puniti e poi assolti dalle nostre colpe, così puniamo e assolviamo coloro che compiono realmente le fantasie che noi ci limitiamo a sognare”
(ibidem).
A spaventare è dunque l’assoluto, l’estremo del pensiero, scardinato da ogni etica, il tutto quanto è necessario purché se ne tiri fuori una storia accattivante. Il suo relativismo, di sicuro, ma soprattutto la paura che nessuno, di fronte a un uomo disposto a tutto pur di scavare a fondo per creare la sua verità, possa salvarsi. Come disse Gary Bostwick, l’avvocato di Macdonald nella sua arringa finale nella causa per frode che venne in seguito intentato contro McGinniss:
“Secondo gli esperti è giusto, per il bene del progetto, che l’autore racconti al soggetto del libro qualcosa in cui non crede, se serve a ricavare da lui una maggiore quantità di informazioni. […] Noi non possiamo fare ciò che è necessario. Dobbiamo fare quello che è giusto”
(ibidem).
Noi però possiamo affermare con certezza che un’indagine come questa sia ben distante dai processi che analizza, e un’ottima fucina per chi si appresta a imparare gli attrezzi del mestiere. Ricca di approfondimenti e interviste ai soggetti coinvolti, la Malcolm riesce a restituire quell’ambiguità propria della professione, la linea sottile su cui ogni giornalista, prima o poi, deve imparare a restare in bilico. Come rilasciò un avvocato coinvolto alla stessa autrice,
“considerati i fatti come li conosco io – ci sono molte prove da entrambe le parti – preferisco restare nel dubbio che scegliere la via d’uscita più facile della certezza assoluta, per liberarmi dal disagio. Io non so, e nessuno al mondo può essere del tutto sicuro della verità al riguardo. Non ho alcuna fiducia di chi si dichiara assolutamente certo”
(ibidem).
E se fare quello che è giusto, per quanto ineffabile, non può esimersi da una base o da un tentativo di coerenza, è proprio la doppiezza di McGinniss uno dei fulcri principali delle riflessioni della Malcolm: che lui descriva il processo di scrittura di un’inchiesta come il lavoro di un Giano bifronte, in cui chi parla con il soggetto e chi ne scrive sembrano due persone diverse e incomunicanti, unite solo dal fine e il riconoscimento che ne dovrebbe conseguire, scardina crudelmente l’idea ingenua di giornalismo di cui abbiamo bisogno. Ma se l’essere umano è fallibile, il giornalista è colui che a distanza dovrebbe raccontarne i risvolti, e se la lucidità sia davvero possibile, la scrittura della Malcolm pare a tutti gli effetti esserne la prova. Perché se un giornalista non potrà mai scrivere esclusivamente per qualcun altro, può però farlo anche per chi gli si affida.

