Nei panni dell’intervistato,
o il rovescio della critica

Guido Michelone
con Valentina Voto
Il jazz e la critica
80 interviste a giornalisti,
docenti, musicologi
Arcana/Lit Edizioni, Roma, 2025

pp. 596, € 30.00

Guido Michelone
con Valentina Voto
Il jazz e la critica
80 interviste a giornalisti,
docenti, musicologi
Arcana/Lit Edizioni, Roma, 2025

pp. 596, € 30.00


Non è certo usuale trovarsi di fronte a ottanta critici, giornalisti, musicologi, docenti, insomma alla comunità pensante del jazz, tutti insieme a discettare di musica, cultura, politica e storie personali, in una sorta di riflessione continua sullo stato delle cose, quasi un mettersi a nudo di fronte ai lettori ma, certamente, anche di fronte all’oggetto della loro attività, i musicisti. Perché Il jazz e la critica, di Guido Michelone è libro che andrebbe sicuramente letto non soltanto dagli appassionati di jazz, ma in primis dagli stessi musicisti che solitamente vengono trattati, analizzati, recensiti, da questi stessi giornalisti che in questo caso sono i protagonisti di questo assai curioso e interessante volume. A Michelone, egli stesso giornalista e docente, con il valido apporto di Valentina Voto, va il merito di aver riunito praticamente tutto il mondo del jazz scritto e parlato, andando in alcuni casi anche oltre i pur labili confini di questa musica, riuscendo nell’impresa di offrire un ampio quadro analitico, corredato da storie e vicende personali per nulla secondarie rispetto alle riflessioni e considerazioni di carattere prettamente musicale. La lettura del libro scorre via piacevolmente e offre innumerevoli spunti e suggestioni, grazie anche alla capacità di interloquire con gli intervistati mantenendo sì un canovaccio prestabilito ma in grado di modificarlo e sostituirlo in base al soggetto e alle risposte fornite. Il Jazz e la critica è, inoltre, un ulteriore tassello di un’opera che Michelone va perseguendo da alcuni anni (questo sarebbe l’ottavo volume), la ricerca e l’analisi dei rapporti tra il jazz ed altre aree culturali.

Ottanta storie
Come giustamente scrive Spartaco Levi nella premessa:

“Presi singolarmente i capitoli sono mini-autobiografie, ma considerati nel loro insieme esprimono i mille volti di un’immensa epoca storica – grosso modo il nostro ultimo mezzo secolo (e in particolare il primo quarto del ventunesimo) – che diventa anche Storia con la S maiuscola”.

È un quadro d’insieme che, partendo dal jazz e dalle sue implicazioni culturali, politiche e sociali, mostra i cambiamenti avvenuti nella società italiana, e non solo, facendo emergere le difficoltà ovviamente di chi suona, pratica e ascolta jazz, dal punto di vista di chi ne scrive, ne raccoglie testimonianze orali e musicali, da chi organizza festival, promuove rassegne e presentazioni. Il mondo critico si espone in modo schietto rivendicando una sua legittimità a scrivere e ragionare di musica, proprio ora che questo operato sembra essere in crisi, ormai soppiantato dalla pervasività dei social che atomizza l’individuo, lo inserisce in quel subdolo meccanismo di competizione e autopromozione a tutto vantaggio del mercato. Nelle ottanta interviste alcune domande sono ricorrenti, prima fra tutte quella su come è cambiato il ruolo e il mestiere del giornalista in questi anni: e le risposte hanno generalmente lo stesso tono, quel senso di nostalgia per un lavoro che era prima di tutto pura passione certo suffragata da competenza e che esprimeva, seppur non sempre correttamente, quella capacità di indirizzare le scelte d’acquisto, di valutare, di analizzare e commentare, in breve di avere un ruolo importante sia tra gli ascoltatori che tra gli stessi musicisti. La possibilità, da parte di chiunque abbia un account social, di poter intervenire da “critico” spesso senza alcuna preparazione, ha eliminato quel filtro che erano i giornali, le riviste, i periodici, dove certamente potevano palesarsi errori o anche opinioni non condivisibili, ma che comunque dovevano far riferimento a un direttore, a una testata e a un pubblico, e non era così facile spacciarsi per esperti del settore.

Un fronte eterogeneo
Ma l’interesse del libro risiede anche in altre domande ricorrenti, quali quelle relative allo stato della cultura in Italia, all’esistenza o meno di un jazz italiano, alla validità e legittimità di una musica impegnata politicamente, così come il racconto delle prime esperienze d’ascolto del jazz, il quando e il come ci si è imbattuti in questa musica. Ovviamente qui le risposte sono maggiormente differenziate, ma alcuni tratti comuni possono essere ravvisati: generalmente negativa viene considerata la situazione in cui versa la cultura italiana, sempre più presa nella morsa di tagli e eventismo mordi e fuggi con logiche esclusive di mercato, con chiare responsabilità della politica, e in particolare dell’attuale governo di destra. Per quanto riguarda il jazz nazionale, ovviamente si dà conto dell’evoluzione stilistica e degli sviluppi, nonché dello stato generale in cui versa la scena italiana, ma in alcuni casi si ricorre a quella formula, forse un po’ superata, del legame che il Belpaese, e con esso i suoi musicisti, ha con la melodia e quindi la sua declinazione all’interno della produzione musicale jazz italiana, frutto per l’appunto di una sorta di dna insito in ognuno di noi che riguarderebbe l’amore per il belcanto. L’individuazione di scuole nazionali, caratterizzate da elementi folkloristici o climatici, spesso contrasta con l’insita sovranazionalità di una musica che fin dalla sua nascita ha mescolato e superato identità e provenienze, rendendo per l’appunto il jazz una musica autenticamente internazionale. È un tema che meriterebbe un ulteriore e più approfondito dibattito, ma il libro riesce comunque a darne conto.

Motivi di riflessione e di… conversione
L’impegno politico, la necessità di sperimentare, il ruolo delle avanguardie culturali, sono tutti aspetti che emergono nel corso delle interviste di voler indurre il critico a ragionare sui legami che i musicisti jazz devono o non devono avere con l’attualità, e da questo punto di vista le riflessioni sono particolarmente argute e stimolanti, per nulla inclini a semplificazioni. La musica, e soprattutto il jazz, ha naturalmente uno stretto rapporto con la società, con le contraddizioni e le problematiche dell’ambiente dal quale proviene, ed è un rapporto intrinseco, mediato dall’arte musicale, e che certo non necessita di un’esplicazione immediata, rimarcando in molti casi una sorta di autonomia che l’opera d’arte deve avere rispetto al contesto sociopolitico. Interessanti e, in alcuni casi anche divertenti, le storie che riguardano i primi ascolti, come si è scoperto il jazz e quali musicisti si è particolarmente apprezzato e amato; qui la differenza generazionale mostra approcci diversi alla musica afroamericana e ovviamente, per i più giovani, l’amore per il jazz è sopraggiunto in seguito alla passione per un certo tipo di rock, da quello progressive alla psichedelia. È proprio la commistione con queste atmosfere elettriche ad accendere, in molti casi, la passione per la storia e la musica jazz. Neanche a dirlo, il responsabile di tutto ciò è stato colui che ha attraversato stili e correnti sempre in primo piano, segnando da protagonista gli avvenimenti e le rivoluzioni in ambito jazzistico, il musicista che, oltre agli innumerevoli meriti che ha avuto durante tutta la sua lunga e variegata carriera, ne annovera anche questo, l’avvicinamento di chissà quanti ascoltatori, e critici in questo caso, alla musica jazz. Il tizio in questione è ovviamente Miles Davis, e quest’anno ne ricorre il centenario dalla nascita. Motivo in più per celebrarlo degnamente.