Ecco il tempo ritrovato,
ma è in mille frammenti

Witold Gombrowicz,
Kronos
Traduzione: Irene Salvatori

a cura di Francesco M. Cataluccio
Il Saggiatore, Milano, 2018
pp. 386, € 32,00

Witold Gombrowicz,
Kronos
Traduzione: Irene Salvatori

a cura di Francesco M. Cataluccio
Il Saggiatore, Milano, 2018
pp. 386, € 32,00


Oggetto misterioso, apparso per la prima volta nel 2013 in Polonia, quando venne pubblicato dalla casa editrice Wydawnictwo Literackie di Cracovia, il diario privato, molto privato, di Witold Gombrowicz arriva anche in edizione italiana pubblicato da il Saggiatore, a cura di Francesco M. Cataluccio. Conserva il titolo riportato sulla cartellina che conteneva il manoscritto: Kronos.
Gombrowicz gli diede forma, pagina dopo pagina, a partire dal 1953 fino alla prima metà del 1969, tenendo tutti all’oscuro per lungo tempo. Lasciò però in giro qualche indizio nel suo Diario, cosicché, come il Manoscritto trovato a Saragozza del suo connazionale Jan Potocki e innumerevoli altre finzioni basate sull’espediente letterario del testo autentico ritrovato (in primis, I promessi sposi manzoniani), Kronos sembrava, grazie a queste allusioni, appartenere a quel genere di storie al confine tra opera immaginaria e reale artificio letterario. Kronos, invece, non è un’invenzione.
Che cos’è dunque? Che cosa contengono quelle pagine intitolate prendendo a prestito il nome del dio del Tempo, raccolte gelosamente in una cartellina color rosa salmone, così preziose da raccomandare a sua moglie Rita: “Se scoppia un incendio, prendi Kronos e i contratti e scappa più veloce che puoi!”. Era il 1968. Lei ne era venuta a conoscenza soltanto due anni prima, come ricorda nell’introduzione intitolata, appunto, In caso d’incendio. Un anno dopo, nella notte tra il 24 e il 25 luglio 1969, Gombrowicz morì, lasciandole in eredità anche questo singolare documento contenente diversi riferimenti alla loro vita di coppia. Motivo, non l’unico, che spiega i decenni trascorsi prima di decidersi a pubblicarlo. Un iter che l’introduzione riassume, regalando anche una preziosa avvertenza: “Si può leggere il Diario senza Kronos, ma non viceversa”.

Il Diario: questo è il reale punto di partenza.
Tutto inizia quando il filosofo argentino Alejandro Rússovich, convivente e amico intimo di Gombrowicz, gli presta il Journal (1887 – 1949) di André Gide. Si è nell’aprile del 1952. Witold Gombrowicz vive ormai da quasi tredici anni in Argentina.
A quel tempo si è già cimentato nella scrittura di racconti, di romanzi e di lavori teatrali. La lettura delle pagine gidiane equivale a una piccola epifania. Appare una nuova strada: scopre che è possibile instaurare nella forma diaristica un equilibrio tra dimensione privata e riflessione pubblica; che questo affascinante connubio è condivisibile e possiede un senso. Può esistere. In fondo, i diari e gli alberi genealogici, le vite degli altri lo attraevano sin da ragazzino. Più avanti (1958) nel Diario sarà esplicito:

“Sono un appassionato lettore di diari, mi attira la tana della vita altrui, non importa se abbellita o anche falsata – comunque la si metta – il diario è sempre un brodo con il sapore della realtà”.
(Gombrowicz, 2004).

È così che prende vita un’opera complessa, sinuosa e avvolgente come una estesa composizione musicale, forse la maggiore da lui composta, di sicuro la più vasta e impegnativa, considerati gli anni che il Diario ricopre: dal 1953 al 1969. Sulle prime non ne è del tutto convinto, almeno così pare confessare nelle pagine dell’anno 1953:

“Scrivo a malavoglia questo diario. Mi stanca la sua insincera sincerità. Per chi sto scrivendo? Se per me stesso, perché lo mando in stampa? Se invece per il lettore, perché faccio finta di parlare con me stesso? Stai forse conversando con te stesso in modo da essere udito dagli altri?”
(ibidem).

Poche pagine più avanti la convinzione riguardo a questa nuova esperienza si rafforza:

“Debbo spiegare me stesso per quel tanto che posso e finché posso. Latente, esiste in me la convinzione che non sia completo lo scrittore il quale non sa scrivere di sé stesso” (ibidem).

Fatto sta che il poderoso Diario prende forma e finirà per superare le oltre mille pagine. Un’impresa resa possibile sul piano editoriale grazie al mensile polacco dell’emigrazione Kultura, che veniva pubblicato a Parigi sotto la direzione del suo fondatore Jerzy Giedroyc insieme allo scrittore Gustaw Herling. Nella premessa al primo volume, compare il primo indizio che conduce a Kronos. Scrive Gombrowicz:

“Il presente volume raccoglie testi del mio diario che sono stati pubblicati in Kultura e i frammenti finora inediti. Ho ancora qualcosa in serbo, ma preferisco che questo materiale – piuttosto privato – non sia incluso in volume, non vorrei espormi a seccature. Forse un’altra volta… Un giorno”
(ibidem).

Ecco dunque che parallelamente, tra il 1952 e il 1953, inizia a redigere Kronos, una cronologia di quanto accade nella sua vita, non solo da quel momento in avanti, ma anche retrodatando gli avvenimenti spingendosi indietro nel tempo fino al momento del suo diploma ottenuto nel 1922. In pratica, Gombrowicz prima tenterà per quanto possibile di ricostruire il suo passato e in seguito cercherà di fissare, annotandolo, il presente.
Per forza di cose, più indietro nel tempo si procede e meno chiari si fanno i contorni. Tutto si riduce a istantanee: “Passo l’esame di riparazione e finisco l’università. Krynica (?), Wsola. Preparazione del viaggio per Parigi” (1927). Ricordare è arduo. Ecco allora che tra le annotazioni del 1936 si legge: “Forse all’epoca comprai la Mazo de la Roche?  Allora uscì «Filodoro» su Gazeta Polska? Non mi ricordo… Non mi ricordo”. E all’inizio del 1937: “Anno incominciato forse a Varsavia, ma non ricordo presso chi. Lavoravo intensamente, concludendo Ferd., e inoltre Franek – oltre non ricordo, doveva essere un periodo poco erotico”.
Kronos non si può leggere senza leggere il Diario, ma anche senza leggere il più che robusto corpo di note che lo sorregge (sono ben 1.315), come si può già intuire da queste poche righe, dove diversi sono i rimandi, come quello alla scrittrice canadese Mazo de La Roche, per esempio, un modello di successo da imitare per l’aspirante scrittore Gombrowicz e oggi sopraffatta dall’oblio. Compare nell’estratto sopra riportato anche una delle diverse parole abbreviate con un punto (Ferd. è il romanzo Ferdydurke) che compaiono qui e là. Note in ogni caso sempre preziose, a volte estenuanti, talvolta le sole in grado di rendere appieno momenti e situazioni, come quell’incredibile pièce dell’assurdo che fu nei fatti la traduzione in spagnolo di Ferdydurke, per la quale nel 1946 si organizzò un gruppo di traduttori che contava una ventina e passa di volenterosi capeggiati dallo scrittore cubano Virgilio Piñera e comprendente anche dei suoi connazionali. Si ritrovavano al Gran Caffè Rex di Buenos Aires e Gombrowicz interveniva ogni volta che il risultato non lo convinceva, pur sapendo pochissimo lo spagnolo!…
Infine tirando le somme dell’anno, come fece fino al 1968, scriverà:

“Questo è stato un anno piuttosto piacevole, nonostante i problemi economici, soprattutto per la traduzione di Ferd. e del gruppo che si era creato intorno al libro […]  I Cubani creano un’atmosfera fortemente erotica, ma mi concentro soprattutto sulla letteratura, soprattutto perché sono in un certo senso confuso”.

Altre volte il ricordare è più altalenante, un fatto segue l’altro, in sequenze che equiparano grandi e piccoli eventi. Ecco che cosa scrive tornando indietro al 1939: “Arrivo (a Buenos Aires, ndr). Notizia del patto russo-tedesco. […] Marchesa dall’Orso. Visita al giardino zoologico. – Fiera del bestiame […] Ristorante Entre Ríos”. Schegge della memoria, ricordi non sempre fedeli (la data dell’approdo a Buenos Aires è errata: 22 agosto anziché 20), ma pur sempre un inizio per un diario parallelo a quello ufficiale, il suo doppio, come lo definisce Cataluccio nel breve saggio posto in chiusura di queste intime confidenze. La ricerca del proprio tempo perduto si fa sempre più pressante. Al 1954 al Diario affida uno sfogo:

“Ho dedicato molto tempo alla ricostruzione del mio passato, ho laboriosamente stabilito la cronologia, ho aguzzato fino all’estremo la memoria nella ricerca di me stesso, quasi un Proust, ma non c’è niente da fare, il passato è senza fondo e Proust mente – no, non si può fare niente, proprio niente…”
(Gombrowicz, 2004).

Impresa vana quella di scavare nel tempo, ambiziosa perché non si può sconfiggere il dio del Tempo. Richiederebbe un’impossibile lungimiranza e Gombrowicz ne è cosciente, tant’è che nel Diario annoterà nel 1957:

“La mia crescente sensibilità al calendario. Le date. Gli anniversari. I periodi. Con quanta meticolosità segno ora questa contabilità delle date. Già, già… peccato non aver annotato ogni mia giornata, sin da quando avevo imparato a scrivere!”
(ibidem).

Eppure Gombrowicz ha sfiorato la meta. D’altronde, chi se non lui, si sarebbe mai sognato di tenere un diario del genere? Un ricettacolo di micro azioni, di tentennamenti, di appuntamenti, di attese, di noia, di liste di ellepì, di acciacchi e conseguenti terapie, di relazioni professionali e sessuali, di partite a scacchi, di attesa della morte, di noia, di sigarette e altre minuziose annotazioni? Insomma: di tener di conto dell’accidente quotidiano e del divenire della vita? Negli anni le cronache si fanno più fitte, accurate. Sempre nel Diario, nel 1955, sembra voler mettere le cose in chiaro:

[…] Ci sono molte cose che infilo in questo sacco […] molte cose che ci si trovano, vi sembreranno inutili, anzi, vi sembrerà assurdo che siano cose da pubblicarsi”.
(ibidem).

Questa inutile messa in opera all’ombra di Bouvard e Pécuchet, cronache di incontri, di ore passate nei bar, di affanni, di stupide mansioni di lavoro, non stupisce dunque che sia stata approntata da Gombrowicz, il quale non si curava certo di ottemperare a regole e canoni altrui. Non meraviglia neppure la fabbricazione di una autobiografia di tal fatta, attestata nei paraggi del genere biografico, a sua volta già ai margini dei generi principali della finzione, di cui fa comunque parte. Vi appartiene essendo al tempo stesso ricostruzione fedele e arbitraria di un’esistenza, che lascia libertà d’azione alla finzione proprio laddove sembra regnare il veritiero più assoluto.

Witold Gombrowicz e la sua futura moglie Marie-Rita Labrousse nell’appartamento di Vence.

I fatti (veri) che la compongono vengono scelti, selezionati preliminarmente e organizzati lungo un asse spazio-temporale che è già dispiegamento di una finzione, non tanto negli avvenimenti (il contenuto?), ma nella loro disposizione: nel concatenamento degli episodi che costituiscono il presunto romanzo di una vita.
È un tentativo in fondo vano, perché tale, fallita in partenza, è l’opera che si pone come fine quello di descrivere, di narrare, di interpretare la vita di qualcun altro.
Ancora di più ciò accade nell’autobiografia. Non è infatti il proprio Io, l’inespugnabile fortezza per eccellenza? Ed ecco il paradosso: Kronos è un testo in apparenza marginale rispetto al Diario dove è di scena il personaggio Gombrowicz.
È altrettanto marginale come genere, grezzo materiale biografico, rispetto alla letteratura, ma proprio questo suo collocarsi in limine, lo rende particolarmente coerente con la sua vita e la sua opera, così straordinariamente intrecciate.
Coerente, perché ritrovarsi a margine è sempre stata la condizione pressoché naturale di Gombrowicz. Da sempre, da quando giovane pubblicò in Polonia i suoi primi racconti, successivamente rivisti e raccolti sotto il titolo Bacacay, e Ferdydurke. All’epoca si situava a margine rispetto alla letteratura corrente e, a sua volta, il suo Paese, la vita culturale e intellettuale del suo ambiente era marginale rispetto alle capitali europee, da Parigi a Vienna.

Si ritrovò suo malgrado e per sua fortuna ai margini, nello smisurato soggiorno argentino (ventiquattro anni): polacco solitario tra intellettuali (e non solo) di lingua spagnola, polacco che esagerava sulla sua nobiltà e quindi diverso dagli altri esuli. Inoltre, residente in Argentina e dunque ancora una volta distante dai centri culturali internazionali.
In seguito rieccolo da polacco ai margini della nuova Polonia comunista e infine rientrato in Europa, stabilitosi in Francia, di nuovo distante dalla Ville Lumière, in una villetta nel sud della Francia, in Provenza, a Vence.
Tutto ripercorso in queste pagine tanto stringate quanto ambigue, dove tutto appare così in luce da rendersi invisibile. Ci sono le avventure erotiche omosessuali, dall’inizio (“Prime prove pe… – con il domestico della Wiesjska, 1934) al ritorno a una relazione eterosessuale, con una giovane studentessa canadese, Marie-Rita Labrousse, allora in Francia per preparare una tesi su Colette e che poi sposerà (“La canadese e Jeanne che mi porta a Chantilly”, così appare per la prima volta in Kronos, nel 1964). Nel mezzo le avventure con popolani e giovani adepti sedotti dal suo fascino di nobile e intellettuale.
Ci sono poi i lunghi e dettagliati timori per la propria salute:

“Dopo un periodo più lungo, catarro, mal di stomaco – di nuovo il catarro scende ai bronchi, tosse, praticamente non esco, con Rita praticamente nulla, solo il belladonal aiuta (e non del tutto), di nuovo comincio a prendere equanil. Ultime correzioni di Cosmo – non poche. Ah se non ci fossero i dolori…” (1964).

Fanno capolino rari momenti di felicità, per esempio in occasione dell’acquisto di un nuovo giradischi (1959): “Messo in funzione il Ken Brown: Hammer, quartetti, sonate, L’ammirazione aumenta”. Sono opere di Ludwig van Beethoven sul quale scriverà lunghe memorabili pagine nel Diario. Ci sono gli anniversari annotati e puntualmente ricordati, tra cui quello grottesco del suo licenziamento dalla banca in Argentina dove in pratica non faceva nulla, ma che lo deprimeva non poco.
Un corpo a sé stante è il fitto intrecciarsi di legami con il mondo della cultura e quello dell’editoria, tra contratti stipulati, messe in scena teatrali, ripensamenti, critiche, operazioni non andate in porto e così via.
In sintesi: c’è qualcosa chiamata vita.
Gombrowicz provò a piantare le unghie con forza disperata sul corso del tempo, ma afferrandolo lo mandò in frantumi.
Ne venne fuori Kronos.

Letture
  • Witold Gombrowicz, Diario, volume 1, 1953–1958, Feltrinelli, Milano, 2004.