Istanbul, una donna in lotta
contro la tirannia dell’uomo

Ameen Rihani
Juhan
Cura e traduzione

di Francesco Medici
Stilo Editrice, Bari, 2019
pp. 179, €. 15,00

Ameen Rihani
Juhan
Cura e traduzione

di Francesco Medici
Stilo Editrice, Bari, 2019
pp. 179, €. 15,00


Sullo sfondo di una Istanbul impegnata nella prima guerra mondiale al fianco degli alleati e occupanti tedeschi, negli ultimi anni di vita di un impero Ottomano in procinto di disintegrarsi e cedere il passo alla repubblica turca, si collocano gli eventi narrati nel romanzo breve di Ameen Rihani, il cui titolo coincide col nome della protagonista: Juhan.
Curiosa la vicenda editoriale che ha consegnato Juhan ai suoi lettori: scritto in inglese da Rihani nel 1916, compare per la prima volta in una sua traduzione araba a New York nel 1917. Il dattiloscritto originale in inglese, invece, viene pubblicato solamente nel 2011 in Libano. Nel 2019 la casa editrice Stilo ne propone la prima traduzione italiana, curata e tradotta da Francesco Medici e con una prefazione di Isabella Camera d’Affitto. Una vicenda editoriale complessa, che si snoda tra tempi e spazi distanti, due lingue e addirittura due finali alternativi: spiega il curatore della traduzione italiana che il finale dell’edizione araba pubblicata negli Stati Uniti è ben diverso da quello dell’originale in lingua inglese e riportato nell’edizione italiana. Una complessità che riflette la biografia dell’autore: Ameen Rihani, di origine libanese, a dodici anni emigra con la famiglia negli Stati Uniti, fa parte della letteratura del Mahğar, ovvero dell’emigrazione, si forma perciò a cavallo tra due culture e due lingue. La sua biografia lo conduce quasi naturalmente a inserirsi in quel movimento di intellettuali, il cui più noto esponente è Khalil Gibran, che si impegnò politicamente e intellettualmente per l’unità e la modernizzazione del mondo arabo.

In questa prospettiva si può notare come Juhan si carichi di significati che vanno al di là di intenti puramente narrativi: la caratterizzazione del personaggio principale è di fatto espressione del messaggio politico-culturale di cui Rihani si fa promotore: unità e armonia tra oriente e occidente. Juhan viene descritta sin dalle prime pagine nella sua complessità e ambivalenza: è una “sincera donna musulmana”, con la mente “occidentale per educazione e formazione”, animata da “aspirazioni moderne” e con lo “spirito permeato di cultura straniera”. “Juhan”, si legge nella nota introduttiva, significa infatti “mondo/universo” e Rihani, non senza qualche contraddizione, nella sua protagonista cerca di tenere insieme i due mondi, spesso così nettamente opposti e speculari nella percezione comune, su cui si è articolata la sua stessa biografia.

Donna in un mondo di uomini
La narrazione degli eventi prende le mosse da un’esperienza inedita per Juhan, figlia di un importante funzionario dell’impero Ottomano, che una mattina si scopre imprigionata nella propria stanza per ordine del padre. Una circostanza insopportabile per una donna per nulla avvezza a tali costrizioni:

“Juhan era sopraffatta dallo sconforto e dall’indignazione. Che vergogna! Perché mai suo padre avrebbe dovuto agire in quel modo? (…) Era oltraggioso che proprio lei – ammirata dalle donne di Stambul come la portatrice della nuova luce, la guida del movimento di emancipazione dall’harem – fosse trattata come una scolaretta! Era oltremodo vergognoso che proprio lei – amica di ministri e visir, oracolo della stampa e della tribuna, i cui articoli e discorsi potevano scuotere un partito o infiammarne un altro, suscitando dibattiti e spronando all’azione uomini e donne – dovesse subire un simile affronto. Non era stata forse la prima donna turca ad avere avuto il coraggio di uscire per le strade di Stambul senza indossare il velo?”.

Si tratta di un episodio che assolve a una duplice funzione: da un lato consente all’autore di fornire una presentazione della protagonista, introducendone aspirazioni e tratti caratteriali; dall’altro dà avvio a una trama, abbastanza incalzante – l’arco temporale narrato corrisponde a pochi giorni – fatta di intrighi e colpi di scena, sullo sfondo di eventi politici e militari messi in scena da un mondo maschile nel quale la protagonista cerca incessantemente di giocare un ruolo.

Filo conduttore della storia è dunque lo scontro tra i sogni di libertà e di emancipazione, per sé e per tutte le donne musulmane, che animano Juhan e la delimitazione dello spazio in cui può muoversi, uno spazio fisico, narrativo e simbolico popolato da uomini: il padre, Riza Pascià, preoccupato di difendere l’onore della figlia dalle mire di “conquista” del generale tedesco von Wallenstein; quest’ultimo, il quale intende effettivamente sedurre Juhan e dimostrare così, sul corpo di una donna, il suo potere sulla terra che occupa; il cugino Şükrü Bey, promesso sposo appoggiato dal padre, inizialmente accondiscendente nei confronti di Juhan, ma poi particolarmente infastidito dalla sua forte personalità. Nonostante Juhan, legata affettivamente al padre e al cugino e attratta dal generale tedesco, provi a interagire con loro su un piano di parità, i suoi coprotagonisti, più o meno esplicitamente, pongono in essere continui ostacoli alla libertà e all’efficacia delle sue azioni, rendendo manifesta nello scorrere della narrazione la loro incapacità di venire meno all’esercizio di controllo sulla vita di una donna. Così il padre, che aveva fermamente voluto per la figlia un’educazione occidentale, a patto che rimanesse un elemento decorativo:

“invocava l’Altissimo quando leggeva il nome di lei sui giornali. Era come vederla per strada senza il velo: era per dirla tutta una macchia sulla sua reputazione”.

Il punto di rottura tra Juhan e Şükrü Bey arriva quando la donna si rifiuta di intercedere per lui ed evitargli la chiamata alle armi, tanto che l’uomo, “sconcertato e turbato, malediceva fra i denti lo spirito europeo che stava corrompendo l’harem turco”. E il generale von Wallenstein ostenta tutto il suo bisogno di dominio nel momento in cui Juhan rifiuta il suo corteggiamento: “Se non voleva essergli né moglie né amante, sarebbe stata, giurò, la sua schiava, anche solo per un giorno”.
Se Rihani, attraverso la figura di Juhan, cerca la possibilità della sintesi e dell’ibridazione tra oriente e occidente, non manca di mostrare anche come nessuno dei due mondi sia perfetto: un’intersezione critica è proprio nel posto occupato dalle donne. La stessa Juhan ne prende consapevolezza quando, in un momento di sconforto, sfoglia le pagine di uno dei suoi testi preferiti, Così parlò Zarathustra, e si trova amaramente a pensare:

“Ma che bisogno c’era di un altro profeta per una donna cui bastava un’iscrizione del Corano? «Già, perché un altro profeta» si chiese, «quando tutti quanti assumono lo stesso atteggiamento nei confronti delle donne?». Amore, compassione, pietà, giustizia – sentimenti sempre uguali da parte di un uomo, a prescindere che egli venga da Oriente o da Occidente, che sia un profeta, un poeta o un hamal”.

Sorellanza o eroismo?
Una questione che stava particolarmente a cuore a Rihani era proprio il ruolo delle donne e della loro emancipazione nel cammino del mondo arabo verso la modernità. Primo uomo nel dibattito arabofono a parlare di sorellanza, condivideva la posizione di quei riformisti, sostenitori dei movimenti nazionalisti interni al mondo arabo, che a cavallo tra XIX e XX secolo guardavano alla modernizzazione delle società musulmane come tappa necessaria della resistenza al dominio occidentale. Tali processi di modernizzazione dovevano necessariamente passare per l’emancipazione delle donne dalla sfera domestica, perché proprio le donne nel loro ruolo generativo ed educativo della generazione successiva avrebbero favorito la modernizzazione della società (cfr. Salih, 2008). E Juhan si appresta a fare esattamente questo. Se la Grande Guerra fa da sfondo alle vicende narrate, la protagonista della storia ne combatte parallelamente un’altra:

“Anche lei voleva dichiarare una guerra santa, ma non contro gli infedeli, bensì contro l’infedeltà e la tirannia dell’uomo. Voleva fare dono della libertà alle sue sorelle costrette in schiavitù, alla madre Turchia, alla sua stessa Nazione, a tutto l’Islam”.

Rimane tuttavia una sorellanza astratta quella raccontata in Juhan e immaginata da Rihani, dal momento che grandi assenti in questa storia sono proprio le donne dell’harem e delle relazioni tra loro, senza le quali lo stesso concetto di sorellanza rischia di trasformarsi in un ideale privo di carica politica. Siamo ben distanti dalla sorellanza tangibile, nata dalla condivisione delle ferite, raccontata diversi decenni dopo da Assia Djebar:

“Per le donne arabe vedo un solo modo di sbloccare questa situazione: parlare, parlare senza sosta di ieri e di oggi, parlare fra noi in tutti i ginecei, quelli tradizionali e negli appartamenti delle Case Popolari, parlare fra noi e guardare, guardare fuori, fuori dalle mura e dalle prigioni! La donna-sguardo e la donna-voce” (Djebar, 1988).

In Juhan lo spazio in cui compaiono altre donne è solo, e letteralmente, quello di un sogno che investe la protagonista di una missione solitaria, di un eroismo dal sapore maschile, immaginato da un uomo illuminato:

“Era la voce della madre della mia stirpe, la madre di mille generazioni, la madre del passato, che si rivolgeva a me per conto della madre del futuro. L’esempio deve essere dato a qualunque costo, per sacrificio o per vendetta”.

Nel corso della sua battaglia, votata all’esempio da donare alle sue sorelle, Juhan appare spesso sconfitta e impotente, in certe situazioni è costretta a sottomettersi a norme sociali che non condivide, ad adeguarsi a ingiunzioni provenienti da altri uomini e a chiedere loro aiuto. Tuttavia, e qui Rihani appare capace di narrare le pratiche di resistenza che hanno animato tante donne in tempi e spazi diversi, lo fa in modo strategico: proprio la capacità, specialmente nell’ambigua relazione con il generale tedesco, di mascherare la sua resistenza in sottomissione la porterà alla vittoria.

Se a muovere molte delle sue azioni è il tentativo di salvare la vita del padre e del cugino dalle scelte di von Wallenstein, cosa in cui fallirà, il suo vero scopo è un altro fin dall’inizio: la guerra alla tirannia dell’uomo, dichiarata nelle prime pagine e apparentemente offuscata dall’intreccio degli eventi narrati. Tutti gli uomini della storia cercano di addomesticarla, ma lei rimarrà l’unico personaggio in vita. È passata attraverso le sofferenze narrate per tornare al suo sogno iniziale, la battaglia che il lettore si sarebbe aspettato avrebbe riempito la trama. Ma Juhan è il racconto di ciò che occorreva lasciarsi alle spalle perché questo potesse avvenire. È la storia di una donna capace di rompere i legami che la incatenano, traendone la forza generatrice necessaria a costruire una società nuova:

“E Juhan, la madre, ogni volta che allattava il suo pargolo, lodava Allah che era stato con lei doppiamente generoso. Pensava invero, con immensa gioia, ai due doni che aveva in serbo per la nuova Nazione turca: il figlio che stringeva al seno e il libro che le stava dedicando”.

Letture
  • Assia Djebar, Donne di Algeri nei loro appartamenti, Giunti, Firenze, 1998.
  • Ruba Salih, Musulmane rivelate. Donne, Islam, modernità, Carocci, Roma, 2008.