Alien: Pianeta Terra (Alien: Planet Earth) è la nuova serie firmata Noah Hawley che espande l’universo di Alien, e lo fa spingendo il franchise verso territori più grandi, sia in senso tematico che emotivo. Con otto episodi distribuiti su Disney+, la serie non si limita a rispolverare il mostro iconico, ma lo usa come lente per osservare noi stessi: le nostre paure, le nostre ambizioni, le nostre contraddizioni. Alien: Pianeta Terra nasce come prequel del primo e originario Alien (1979) e in quanto tale si pone come (o dovrebbe porsi come) una esauriente spiegazione di quanto avviene nel capolavoro di Ridley Scott. Effettivamente, guardando gli episodi di cui si compone questa prima stagione, un senso esplicativo rimane: cenni sulla gestione della famigerata Weyland-Yutani Corporation (dopo il destino di Peter Weyland che ricordiamo nel Prometheus di Scott nel 2012), rapporti tra le corporazioni e, sotto sotto, tutto quel processo che porterà (o così possiamo aspettarci) i sintetici alla ribalta. Ma proviamo a riassumere gli eventi di questo nuovo capitolo.
Nel XXII secolo sulla Terra governano cinque mega-corporazioni. La Weyland-Yutani già la conosciamo e facciamo la conoscenza anche della Prodigy, che soppianta la più classica WY come protagonista del racconto. Il capo, il giovane genio Boy Kavalier, ha messo a punto un sistema rivoluzionario, con cui trasferisce la coscienza di bambini prossimi alla morte in corpi sintetici adulti che non sentono dolore o fatica. E così la Prodigy si trova ad avere per le mani i primi esseri ibridi (coscienza umana e corpo artificiale) mai creati, che aprono infinite porte nel prossimo futuro della razza umana. Su questo sfondo avviene la vicenda principale: lo schianto di un vascello scientifico Weyland-Yutani (la USCSS Maginot) su una città Prodigy che causa la fuoriuscita dei “campioni” biologici, tra cui gli immancabili facehugger e le iconiche uova aliene. L’intervento degli ibridi, capitanati dalla protagonista Wendy, porterà al loro confronto con la vita extraterrestre e con la violenza delle leggi naturali.
Spettacolo e riflessioni
La serie parte col botto: dopo una piccola spiegazione delle differenze tra i vari tipi di esseri artificiali (sintetici, cyborg e ibridi, teniamolo a mente) e una veloce introduzione della protagonista Wendy e dei bimbi sperduti (sì, a Kavalier piace Peter Pan), siamo catapultati nell’azione. A margine va annotato che, curiosamente, Sydney Chandler, che interpreta Wendy, rimanda nei tratti somatici alla Amélie del film di Jean-Claude Jeunet, film al quale il regista francese fece seguire proprio un capitolo della saga, ovvero Alien: la clonazione (1997). Quanto al mostro, lo xenomorfo che tutti aspettiamo e che ci ha abituati a farsi attendere, stavolta si palesa subito. Già dal primo episodio ne abbiamo dei rapidi flash ed entro i primi due episodi lo possiamo ammirare in tutta la sua bellezza e, soprattutto, efficienza. La serie si inserisce, infatti, nel filone più violento del franchise, seguendo le orme, tra tutti, del succitato Alien: la clonazione di Jeunet, e mostrando uccisioni e morti in modo piuttosto esplicito, quasi splatter. Ma, contro ogni ipotesi che si potesse fare, Alien: Pianeta Terra non celebra solo lo xeno. Dalla Maginot vengono infatti recuperati altri curiosi esseri provenienti dallo spazio profondo e totalmente alieni per forma, comportamento e abitudini e tutti hanno, prima o poi, i loro quindici minuti di celebrità.

La vera protagonista resta Wendy, la più grande dei bimbi sperduti e primo ibrido prodotto dai laboratori Prodigy. Il suo passato di malattia e debolezza è sostituito ora da un presente di forza e di potere che si proietta in un futuro, essenzialmente, di immortalità; eppure la sua più grande preoccupazione è il destino del fratello. Lo schianto è la scusa che serve alla bambina per creare un contatto con Joe e, finalmente, raccontargli la verità sulla sua morte e riportarlo nella sua vita concretamente. Ma, durante le operazioni di recupero, assistiamo anche a una scena con pochi precedenti e forse unica nella saga ultra quarantennale avviata da Ridley Scott: Wendy affronta uno xenomorfo adulto e lo uccide, decapitandolo. Ciò che porta con sé fuori dalle macerie della Maginot non è dunque solo il fratello ritrovato, ma anche una grande consapevolezza della propria forza, oltre ad una nuova capacità: la giovane si rende conto di riuscire in qualche modo a dare un senso ai versi gutturali del mostro e impara, entro breve, a riprodurli, avviando una sorta di comunicazione, un contatto empatico con la creatura.
Una genealogia di Wendy
La forza di Wendy e la sua empatia con l’alieno la rende estremamente simile, di nuovo, alla Ripley del succitato La clonazione: entrambe sono più che umane, entrambe sono dotate di grande forza fisica e di forte carattere, entrambe interagiscono con le creature in prima persona. Entrambe caricano sulle proprie spalle la responsabilità di gestire la situazione in cui si trovano. E, soprattutto, tutte e due si trovano a confrontarsi con la propria oggettificazione: sono “prodotti”, creati in laboratorio e spesso, nelle loro peripezie, vengono definite “non persone”. Anche la scelta dell’archetipo fisico colloca perfettamente Sydney Chandler (Wendy) nel filone di “eredi di Sigourney Weaver”, rendendola una tipica eroina in stile Alien. Pare proprio, in effetti, che Wendy sia l’ultima incarnazione del concetto eroico femminile scottiano riportato, in qualche modo, alle origini.

Anche altri paragoni sorgono spontanei: con il personaggio di Annalee Call interpretata da Winona Rider, sempre nel quarto capitolo, per esempio. Wendy e Call sono molto simili, non solo fisicamente (la scelta delle eroine nei film del franchise sottostà a precisi canoni, che sono ormai quasi iconici) ma anche a livello ideale: esseri artificiali mossi da una coscienza (la prima ne ha una già sua, la seconda pare averla sviluppata in modo autonomo), disposti ad agire come nessuno, prima di loro, ha o avrebbe mai fatto. Call è disposta a causare un vero e proprio disastro planetario per evitare che la specie xenomorfa proliferi sulla Terra (e proliferi in generale); Wendy è disposta ad accettare la creatura come essere vivente e non solo come arma, campione o strumento di potere. Wendy empatizza col “mostro” proprio perché si vede simile a esso. Entrambi sono trattati come strumenti, oggetti che possono avvantaggiare la corporazione che li “possiede”, ma sono molto di più. Sono creature viventi e in quanto tali hanno il diritto di autodeterminarsi, di scegliere, di essere liberi al di fuori di un laboratorio. Da questo punto di vista i “mostri” alieni della Maginot si scostano dai soliti canoni, venendo ricollocati in quella zona cinematografica riservata all’empatia, anche da parte dello spettatore.
Una panoplia di esseri artificiali
Un altro importante confronto che emerge dalla serie televisiva è quello tra le varie tipologie di esseri artificiali. Da un lato troviamo i bimbi sperduti, ibridi che fondono una coscienza umana con un corpo sintetico e superumano; dall’altro Morrow, il cyborg, fedelissimo di Yutani, nato umano ma con potenziamenti innestati sul suo corpo che lo rendono in grado di interfacciarsi con i computer e abbastanza forte da non temere le specie invasive che trasporta sulla sua nave. Ma c’è anche una terza fazione, costituita da Kirsch (Timothy Olyphant): un “semplice” sintetico, prodotto della tecnologia, che funge da capo scienziato e consigliere di Kavalier. Le interazioni tra questi tre tipi di creature sono fondamentali per riuscire a capire uno dei sottotesti più importanti della serie. Di fatto, in più di una occasione, gli “artificiali” sembrano avere il pieno controllo delle situazioni, manipolando gli umani a proprio vantaggio, piuttosto che esservi sottoposti. Ognuno degli storici esseri artificiali dei film della saga Alien trova una sorta di corrispettivo in uno di quelli di Pianeta Terra: il rigido e scientifico Ash (Alien, 1979), rievocato dalla meticolosità di Kirsch; Bishop (Aliens – Scontro finale, di James Cameron, 1986; Alien3, di David Fincher, 1992), più “umano” e simile al protettivo Atom; David (Prometheus, 2012), il cui incrollabile dovere ci ricorda quello del cyborg Morrow; Andy (Alien: Romulus di Fede Álvarez, 2024), il corrispettivo di quelli che sono i bimbi sperduti, con le sue paure e le sue insicurezze.

Le tre tipologie di esseri artificiali costituiscono una storia nella storia. Agli albori della saga di Alien, Hawley prova a spiegarci (e probabilmente continuerà nelle prossime stagioni) come i sintetici siano arrivati a occupare il ruolo a cui la saga ci ha abituati. Nei film principali, infatti, non incontriamo nessun ibrido, né tantomeno cyborg, e questo dovrebbe suggerirci una cosa molto importante: per quanto la tecnologia di questi ultimi due sia avanzata o progredita, sono i sintetici “classici”, quelli come Kirsch, che la spunteranno alla lunga. Così come la fazione dei “mostri”, anche la fazione degli “artificiali” riesce a ribaltare quel rapporto di sottomissione che sembra regolare le interazioni con i padroni umani. Paradossalmente, forse, è solo Morrow (che è, sulla carta, il meno “artificiale”) a rimanere davvero all’interno del sistema, rendendosi completamente assoggettato al volere dei suoi datori di lavoro. Tutti gli altri, compreso Kirsch, si distaccano da quello che avremmo potuto aspettarci. Anche il sintetico per eccellenza riesce, in momenti chiave, a tirare i fili del suo piano, ignorando esplicitamente le linee guida Prodigy e agendo addirittura contro gli interessi della compagnia.
Persone e cose: il ribaltamento della prospettiva
Il filo rosso che connette tutte le sfaccettature di questa serie è, essenzialmente, la dicotomia essere vivente-oggetto, e a questo binomio si riduce il sistema delle corporation. Perché, in un mondo in cui tutto è gestito da cinque grandi aziende, è inevitabile che la vita stessa si riduca a un oggetto; le persone a numeri; le scoperte a potere. La Prodigy, così come la Weyland-Yutani, infatti, possiede addirittura i propri dipendenti (in un modo che era stato reso esplicito solo in Romulus, finora), che sono vincolati da contratti decennali e costretti a ripagare debiti incalcolabili (si veda il caso del fratello di Marcy, ovvero la Wendy originale, Joe con il polmone). Le ricchezze inimmaginabili delle corporazioni le rendono più ricche di quelli che un tempo erano i governi, facendone dei poli di potere intoccabili, se non da altre corporazioni (tra cui però vigono accordi stretti). Su uno sfondo come questo, pare ovvio ritenere che tutto ciò che esce dalle (o entra nelle) sedi di Prodigy sia una proprietà dell’azienda, e tra le proprietà troviamo anche i bimbi sperduti e le mostruosità riportate dallo spazio profondo. Bambini e animali diventano perciò solo materiale, risorsa che può creare un vantaggio nei confronti dei concorrenti. Mentre le trama si dipana, questo motivo di sottofondo evolve pian piano, con la “crescita” mentale dei bimbi (e soprattutto di Wendy) e con l’approfondirsi del loro rapporto con le creature aliene. Alla luce di quanto detto fin qui, non possiamo non affezionarci a queste piccole stranezze spaziali, e in particolar modo alla creatura occhio, che è augurabile che abbia un ruolo fondamentale nelle prossime stagioni. La fuga dello xeno, liberato da Wendy, e le trame ordite proprio dall’occhio non fanno altro che far schierare sotto sotto dalla loro parte lo spettatore, perché, in qualche modo, trovino la libertà o quantomeno la dignità di creature viventi, uscendo dalla dimensione di oggetto.

Nel finale della prima stagione vediamo proprio un ribaltamento, in questo senso. Ciò che era oggetto prende finalmente coscienza di sé, affermando la propria identità e la propria indipendenza dalla sovrastruttura economica e sociale. Di fatto, chi in principio era al comando si trova a rincorrere e a corto di idee, mentre chi era sottomesso prende le redini della situazione: i “nuovi mostri”, come vengono definiti gli ibridi nel finale, sono pronti a diventare artefici del proprio destino, decidendo concretamente per sé stessi, accompagnati da una nuova versione addomesticata del terrificante alieno xenomorfo. Ma non è solo un ribaltamento di tipo narrativo. Il cambio di prospettiva riguarda l’umanità (intesa proprio come la proprietà di essere umani): tutto ciò che parte dall’umano trasla lentamente, ma in modo percettibile, verso l’altro estremo della scala, il mostruoso: Kavalier e Yutani, a capo delle loro multicorporazioni, vanno via via perdendo la loro umanità, lasciando affiorare un qualcosa di socialmente abietto. Al contrario, tutto ciò che parte dal non-umano (sia esso artificiale o alieno) subisce un cambiamento speculare, in una sorta di reazione uguale ma opposta: gli esseri artificiali prendono lentamente coscienza delle proprie capacità, dimostrandosi via via molto più umani di quanto non vengano definiti; gli alieni, in modo simile, vengono ridefiniti sotto una luce diversa, quella del voler vivere, volersi affermare e voler essere liberi.
Un inizio convincente
La serie è stata molto attesa e, come tutte le cose molto attese, ha generato nella community dei fan di Alien un notevole hype. Tutto sommato, però, ha saputo mantenere un ottimo standard di qualità, sia a livello di scrittura che a livello tecnico. La trama, per quanto semplice, serve come grande contenitore in cui svolgere ognuna delle sottotrame minori, in modo da dare loro solidità narrativa e coerente con il mondo del franchise. Il vero cuore della serie di Hawley risiede nella grande profondità riservata a quasi tutti i personaggi che vi compaiono, che vengono sviluppati e raccontati in modo ordinato e preciso. In questo senso lo xenomorfo (e tutti gli altri esseri alieni) funge più da background che da antagonista (se mai lo è stato), e contribuisce con la sua presenza a rendere l’atmosfera vibrante e avvincente. Si può dunque affermare senz’ombra di dubbio che, con un passato recente fitto di idee, storie e concetti, Alien: Pianeta Terra riesce a portare comunque qualcosa di nuovo allo spettatore, e qualcosa di non banale: ciò che l’umanità è già in parte e potrebbe esserlo ancor di più in un futuro non troppo distante.
- Fede Álvarez, Alien: Romulus, Disney, 2024 (home video).
- James Cameron, Aliens – Scontro finale, Disney, 2024 (home video).
- David Fincher, Alien3, Disney, 2024 (home video).
- Ridley Scott, Alien, Disney, 2025 (home video).
- Ridley Scott, Prometheus, Disney, 2025 (home video).

