Sophia Loren non è solo una grande attrice e una diva del cinema di standing internazionale; Sophia Loren, al secolo Sofia Costanza Brigida Villani Scicolone, nata a Roma il 20 settembre 1934, è un simbolo dell’Italia all’estero, fenomeno artistico e portento della natura unico nel suo genere perché nella figura di donna e attrice la Loren assomma – nel corso della sua poliedrica carriera cinematografica – ora i tratti spavaldi di una popolana ubertosa nelle forme, indipendente nel carattere, sdegnosa nel suo sguardo spesso severo e imbronciato, ora i lineamenti e il portamento di una Signora del jet set, dell’alta borghesia come l’Anna di Ieri, oggi e domani (1963), uno dei film più iconici come si direbbe oggi, della Loren. Talmente brava e versatile da risultare convincente e naturale sia come prosperosa pizzaiola in uno degli episodi de L’oro di Napoli (1954), sia come raffinata co-protagonista a fianco di Gregory Peck in un film da intrigo internazionale come Arabesque (1966). Come precisa Alberto Scandola nella prefazione al suo profilo dedicato a Sophia Loren, uscito per i tipi di Carocci, il traguardo dei novant’anni raggiunto dall’attrice nel 2024 offre l’occasione per riflettere su una delle carriere più lunghe ma anche complesse della storia del cinema italiano.
“Si tratta, lo ricordiamo, di un’attrice (e cantante) sostanzialmente autodidatta, formatasi prima nella palestra del fotoromanzo – scuola ideale per il lavoro sulla mimica – e poi nella «bottega» di Vittorio De Sica, ricordato nell’autobiografia come un maestro dall’«occhio infallibile»”
(Scandola, 2025).
E noi spettatori – incluso chi scrive – conserviamo della Loren un album fotografico nella nostra memoria che comincia dalla pizzaiola ne L’oro di Napoli di Vittorio De Sica o dalla prosperosa e furba smargiassa di Pane amore e…(1955), terzo e ultimo capitolo della saga del maresciallo Antonio Carotenuto (De Sica) composta da Pane, amore e fantasia (1953), e Pane amore e gelosia (1954), entrambi diretti da Luigi Comencini, nei quali recita l’altra diva concorrente (una competizione creata dai media), Gina Lollobrigida. Una delle scene cult di quel terzo capitolo (Pane amore e…) è il famoso ed esplosivo mambo ballato da Sophia i cui movimenti sembrano studiati per esaltare l’ubertosità erotico-matronale del petto dell’attrice; che in quel momento aveva 21 anni. Ma qui siamo ancora nella fase che potremmo definire della sex bomb italiana, e lo sancirà la copertina di Life del 22 agosto 1955, con la didascalia “Europe n.1 cover girl”:
“La foto scattata durante la lavorazione del film (Pane amore e…, ndr), è interessante perché evidenzia uno degli atout che caratterizzano il brand della star, ovvero il contrasto tra la carnalità delle forme e una purezza interiore che, in tal caso, traspare dallo sguardo sorridente, quasi innocente, rivolto fuori campo. Il sex symbol, dunque, non cerca la complicità dell’obiettivo, lasciando l’osservatore libero di contemplare indisturbato i dettagli di un seno messo quasi a nudo dalla stoffa bagnata”
(ibidem).
Pochi potevano allora immaginare che, cinque anni dopo, la Loren avrebbe rivelato pienamente la sua vis tragica nei panni di Cesira ne La ciociara, che dal romanzo di Alberto Moravia del 1957 arrivò sul grande schermo nel 1960.
“Nella donna che, in abiti macchiati stracciati, scaglia sassi e insulti contro gli indiretti responsabili della violenza non c’è infatti nulla della Loren nota al grande pubblico: non c’è la gaiezza della pescivendola (Pane, amore e…), non c’è la camminata ancheggiante di Antonietta (La fortuna di essere donna) e neppure la compostezza tragica dell’operaia di Soldati (La donna del fiume). La ragazza «mille curve e una sola» (Marotta, 1957, pag. 82) che aveva danzato e cantato sui set hollywoodiani appare ora una donna stanca, ferita, sporca. Le tanto ammirate gambe adesso non si vedono, in quanto nascoste nella posa genuflessa scelta per la locandina e divenuta, nell’arco di questi sessant’anni, un’icona non solo del film (e del cinema italiano) ma anche del martirio di un popolo”
(ibidem).
È inutile indugiare nell’elenco di riconoscimenti seguiti a questa magistrale interpretazione, basta ricordare il Premio Oscar. La forza espressiva e tragica di Sophia Loren troveranno una conferma in un altro film, Matrimonio all’italiana (1964), liberamente ispirato all’omonima pièce di Eduardo, e prodotto da Carlo Ponti e diretto da Vittorio De Sica, due uomini fondamentali nella vita e nella carriera di Sophia. Come scrive Gualtiero De Santi, ripreso da Scandola,
“De Sica non si prova per nulla a eduardeggiare. […] La sua Filumena è più passionale e fragile che non quella del film di Eduardo o delle sue recite teatrali: assai più esposta nell’esplicitazione erotica del corpo e però and he nella sua mercificazione”
(De Santi, 2003).
Sophia Loren si trova ad incarnare prima l’ingenuità di una diciassettenne, poi l’avvenenza di una prostituita che si atteggia a gran signora e infine il decadimento fisico di una madre che inganna l’amato per assicurare un futuro ai suoi figli.
“Come aveva fatto per il personaggio di Cesira, costruito a partire dai ricordi di guerra filtrati dallo sguardo della madre, Loren proietta nella creatura di Eduardo le ombre della propria infanzia e quella voglia di riscatto che aveva nutrito per tutti gli anni dell’adolescenza”
(Scandola, 2025).“Quando l’ex prostituta Filumena Marturano butta in faccia a Domenico Soriano, interpretato da Marcello Mastroianni, la banconota su cui ha scritto la data del concepimento del figlio e non gli rivela quale dei tre è il suo, è come se in quella scena Sofia buttasse i soldi in faccia al padre Riccardo, rivivendo le emozioni devastanti che l’avevano afferrata alla gola -umiliazione, rabbia, orgoglio offeso- il giorno in cui aveva firmato i documenti per comprare alla sorella Maria il cognome Scicolone”
(Giacobini, 2014).
Una coppia fortunata
Oltre a rappresentare uno dei vertici della carriera attoriale e della forza espressiva di Sophia Loren, Matrimonio all’italiana è anche una delle prove più intense della coppia Loren-Mastroianni. Una coppia straordinaria, inusuale nel cinema italiano e internazionale, che debutta sul grande schermo con Peccato che sia una canaglia (1954), diretto da Alessandro Blasetti e ampiamente descritto nella monografia di Alberto Scandola. Scorrendo la filmografia di Sophia Loren, emerge un dato abbastanza impressionante: il numero dei film girati dal 1971 al 2020 (ventuno) è di poco superiore al totale di quelli interpretati negli anni Sessanta (diciotto). La fortunata coppia Loren-Mastroianni, plasmata da Alessandro Blasetti tra il 1954 e il 1956, si riforma all’inizio degli anni Sessanta. L’occasione è Ieri oggi e domani (1963) di Vittorio De Sica, Oscar per il miglior film straniero nel 1965, un mito della cinematografia italiana, punta di eccellenza nel dialogo tra mondo del cinema e della letteratura (fra i soggettisti e gli sceneggiatori Eduardo De Filippo e Cesare Zavattini. Alberto Moravia, è autore del racconto Troppo ricca da cui è tratto il secondo episodio). Protagonisti dei tre episodi (Adelina, Anna, Mara) Sophia Loren e Marcello Mastroianni.

Tre donne, tre tipologie femminili molto diverse; la prima (Adelina, scritto da Eduardo de Filippo) è una povera tabaccaia (di contrabbando) dei bassi di Napoli che deve partorire come un coniglio per sfuggire alla galera. In Anna, ambientato a Milano, Sophia Loren interpreta la parte della moglie di un industrialotto milanese: ricchissima, annoiata, frequenta un povero impiegato con il quale sfoga le sue frustrazioni durante un giretto in Rolls Royce. Un incidente rivela la pasta di cui è fatta Anna: una donna cinica, materialista che rimprovera Mastroianni di aver rovinato la Rolls per evitare di investire un ragazzino cretino che si era piazzato in mezzo alla corsia per vendere fiori. “D’altronde se si mette in mano la Divina Commedia a un analfabeta”, commenta il conducente di una Ferrari che si ferma a soccorrere Mara: allusione al povero Marcello abituato a guidare una Seicento. Il terzo episodio, girato a Roma, il più famoso per la celebre scena dello spogliarello, porta la firma di Cesare Zavattini: Sophia Loren interpreta il ruolo di una squillo d’appartamento, Mastroianni è un portaborse scoppiettante di vitalità Augusto Rusconi, “un bolognese dai modi buffi e infantili, un bambino costretto in abiti da adulto” (Muggeo, 2024) a Roma per i soliti giri burocratici negli uffici ministeriali. Tina Pica interpreta la parte della condomina timorata di Dio, il cui nipote – promesso sacerdote – si innamora di Mara. Ne nasce un putiferio. Finale con riscatto: è Mara stessa che riporta sulla diritta via il giovanotto. Segue mitico spogliarello liberatorio al suono della canzone Abat-jour interrotto però dal richiamo al dovere: Mara ha fatto un fioretto. Bisogna rimandare il contubernio; e Rusconi non è proprio d’accordo.
Di questi tre personaggi femminili, l’ultimo, Mara, la squillo d’appartamento, è sembrato il migliore anche sul piano morale: Mara è indipendente, fiera, non vuole figli finché non può garantire loro una buona vita, è buona e sensibile, sincera ma non maleducata. Una squillo che è di gran lunga migliore della ricca borghese annoiata. Fa riflettere. Dal punto di vista socio-culturale è un perfetto intermedio tra la popolana ignorante e un po’ sguaiata e la viziata e ipocrita signora borghese.

Nel 1978 la coppia Marcello-Sophia ritorna con un altro film indimenticabile, Una giornata particolare di Ettore Scola: storia incentrata su due personaggi, al tempo di una tipica giornata celebrativa del regime fascista, che sembra escludere dal raduno oceanico del popolo-bue la coppia interpretata da Marcello e Sophia: uno speaker radiofonico, omosessuale e una casalinga più triste e rassegnata che convinta nel ruolo di donna di casa e madre di una numerosa prole. Un film che andrebbe studiato sin dalle scuole medie.
Il miracolo di Sophia Loren è anche in questo: contempera i tratti dell’ubertosa-abbondante-sfrontata-orgogliosa donna mediterraneo-popolare, e dans le même temps è perfettamente a suo agio nelle parti di donne mitico/storiche o del jet set a fianco di attoroni holliwoodiani come Charlton Heston (El Cid, 1961) Cary Grant (Un marito per Cinzia, 1958) Gregory Peck (Arabesque,1966), Marlon Brando (La Contessa di Hong Kong, di Charlie Chaplin, 1967), Richard Harris (Cassandra Crossing, 1976). Ma Sophia Loren ha recitato anche con Peter Sellers. Il ruolo è quello di Epifania Ognissanti di Parerga, protagonista della Miliardiaria (1960), brillante adattamento dell’omonima pièce scritta da George Bernard Shaw nel 1936. Il personaggio dell’ereditiera viziata (e in cerca di marito) viene proposto in prima istanza ad Ava Gardner, la quale però oppone un secco rifiuto.
“Sophia, al contrario, si adatta alle richieste di Antony Asquith, che cerca di coniugare il ritmo della screwball comedy con i toni della fiaba, e sfrutta tutte le risorse del suo repertorio comico, dimostrandosi -tanto nella mimica quanto nel timing delle battute – assolutamente all’altezza del partner Peter Sellers, che interpreta il filantropo Ahmed El Kabir, oggetto del desiderio dell’irriducibile ereditiera”
(Scandola, 2025).
Come non poche dive del cinema americano ed europeo, non esclusa Brigitte Bardot mancata negli ultimi giorni del 2025, Sophia Loren s’impone all’inizio della sua carriera soprattutto per la bellezza, per la sua particolare ed esuberante presenza fisica; e diciamo ‘particolare’ non a caso: la sua non era una bellezza retorica, standardizzata in canoni di plastificata perfezione. Brigitte Bardot, simbolo di una Francia che forse non esiste più, ma che possiamo rivedere nei film della nouvelle vague anni Cinquanta/Sessanta, era nata circa otto giorni prima di Sophia: sul piano delle capacità attoriali, non ci sono paragoni: Sophia è più che una spanna sopra BB. Rispetto alla Bardot, la Loren è una bellezza atipica, non stereotipata: “non è un caso che Loren stessa si sia definita l’«unione di tante irregolarità» e che Time -nella primavera del 1962, due mesi dopo il trionfo della diva agli Oscar – abbia stampato in copertina un ritratto (firmato René Bouché) che ne evidenzia la disarmonia dei lineamenti e in modo particolare il contrasto tra la lunghezza del collo e la larghezza della bocca” (ibidem).
Nel segno di Venere
Nata il 20 settembre 1934 a Roma, da un padre, Riccardo Scicolone, “scapestrato imprenditore” che riconosce la paternità ma abbandona la moglie Romilda Villani, “pianista che avrebbe voluto seguire la scia di Greta Garbo e invece dovrà allevare due figlie da sola, sotto i bombardamenti della seconda guerra mondiale” (ibidem), Sofia Costanza Brigida Villani Scicolone unirà nella sua carriera di attrice due attitudini difficilmente conciliabili in natura: l’esuberanza-opulenza di una bellezza mediterranea e quasi sfrontata, a capacità interpretative che poche dive anche holliwoodiane sono riuscite a esprimere in modo così immediato e toccante come l’ex interprete di fotoromanzi divenuta poi protagonista di film epocali quali La ciociara e Matrimonio all’italiana. Ma sarebbe troppo facile o retorico partire da questi due capolavori della storia del cinema. Possiamo delineare un ritratto della Loren attrice assumendo a paradigma un classico del cinema italiano a metà tra neorealismo e commedia all’italiana: Nel segno di Venere di Dino Risi (1955) le protagoniste sono due cugine, una, prorompente napoletana sicura di sé, è Agnese interpretata da Sophia Loren; l’altra, Cesira (Franca Valeri), è una donna più dimessa e timida, forse un po’ ingenua come tutte le persone troppo buone e prive di esperienza di vita; Cesira e Agnese vivono insieme nella casa del padre di Agnese. Intorno alle due donne girano come mosconi alcune figure di uomini mediocri e ipocriti fra i quali Alessio Spano (Vittorio De Sica), uno pseudo-intellettuale povero in canna che seduce Cesira approfittando del fascino che certi uomini colti esercitano sulle donne serie e bruttine. L’unico “uomo” vero della situazione, Ignazio (Raf Vallone) finisce per avere una relazione con Agnese. Che quindi oltre ad essere bella-attraente, si conferma pure più intelligente (ci vuole cervello per scegliersi gli uomini giusti) e fortunata. L’Agnese ne Il segno di Venere dice molto anche della Loren come donna e attrice.

Il primo ruolo drammatico di Sophia al cinema è nei panni di Nives, una giovane operaia che lavora nello stabilimento di marinatura delle anguille a Comacchio: il film, La Donna del fiume, 1954, diretto da Mario Soldati, ideato e prodotto da Carlo Ponti, è una sorta di versione padana di Riso amaro, dal quale riprende l’ambientazione contadina, l’intrigo mélo e l’attenzione al corpo femminile “come eccedenza carnale”. Girato in larga parte a Comacchio e nel Delta del Po, dove si può ancora visitare l’abitazione di Nives, a Taglio della Falce, tra Goro e Lido di Volano. Il personaggio di Nives rivela già quei tratti di orgogliosa indipendenza che caratterizzano molti dei personaggi interpretati dalla Loren:
“Nel momento in cui Gino l’abbandona per dedicarsi alle sue attività di contrabbando, ella decide di denunciarlo alle autorità per poi portare avanti, in completa solitudine e indipendenza economica, la gravidanza. I commenti e i pettegolezzi della piccola comunità contadina non la toccano. Questa «Bovary del Delta» (Morreale, 2011, p. 247), insomma, dimostra che nell’Italia arretrata e contadina degli anni Cinquanta un’altra via rispetto al patriarcato è possibile”
(Scandola, 2025).
Per concludere, Sophia Loren non è solo una grande interprete sul set. È un mito, una diva, un’icona del made in Italy, un’aspirazione, una storia paradigmatica, perché la sua vicenda di donna e attrice contiene tutti quegli ingredienti tipici delle favole e delle rags-to-richies stories: adolescente bruttina (la chiamavano “stuzzicadenti”), cresciuta nelle ristrettezze economiche e in una famiglia non proprio borghesemente tranquilla (padre scervellato, madre seria e rigorosa), esplode prima nel firmamento dei concorsi di bellezza e dei fotoromanzi, poi del cinema; e parliamo del cinema di alto livello. Nella storia-favola di Sophia non mancano i mentori e i Pigmalioni (Vittorio De Sica e Carlo Ponti) e le traversie biografiche fra le quali un’accusa di bigamia perché Ponti era già sposato. Loren incontrò Ponti nel 1950 e i due si sposarono solo nel 1966 a Sèvres. Ma questa è un’altra storia. Che si può, però, leggere in sintesi anche nel libro di Scandola.
- Gultiero De Santi, Vittorio De Sica, Il Castoro, Milano, 2003.
- Silvana Giacobini, Sophia Loren, una vita da romanzo, Baldini+Castoldi, Milano, 2024.
- Giuseppe Marotta, Questo buffo cinema, Bompiani, Milano, 1957.
- Emiliano Morreale, Così piangevano. Il cinema mélo nell’Italia degli anni Cinquanta, Donzelli, Roma, 2011.
- Giulia Muggeo, Marcello Mastroianni, Carocci, Roma, 2024.
- Sophia Loren, Ieri oggi domani. La mia vita, Rizzoli, Milano, 2014.
- Vittorio De Sica, Ieri oggi e domani, 1963, Surf Video/Mustang, 2008 (home video).
- Vittorio De Sica, Matrimonio all’italiana, Surf Video/ CG Entertainment, 2020 (home video).
- Vittorio De Sica, La ciociara, 1960, Raicom/Eagle Pictures, 2021 (home video).
- Dino Risi, Il segno di Venere, Titanus Distribuzione Video/Eagle Pictures, 2010 (home video).
- Ettore Scola, Una giornata particolare, CG Entertainment, 2021 (home video).

